lunedì 26 ottobre 2020

Breve racconto di una laparoscopia

Prima dell'operazione non sapevo se sarebbe rimasto in laparoscopia (tecnica meno invasiva in cui fanno dei buchetti nella pancia (a me 4), uno sopra l'ombelico da cui entra una micro videocamera; uno dal lato da cui aspirano, tagliano, operano, tolgono pezzetti di carne, mettono punti; l'altro dal lato opposto, da cui drenano con un tubo il liquido che, insieme all'aria, immettono nella pancia per lavare e separare organi e tessuti interni mentre lavorano, e vabbè un po di sangue, che quello scorre lì dentro) o se avrebbe dovuto tagliare proprio la pancia, togliere tutto. Il proff. mi aveva avvertito, settimane fa, io per tutto il tempo ho sperato sempre nella prima opzione, ma ero preparata anche alla seconda.

Non mi sono resa conto di essere arrivata in sala operatoria fino a che non hanno iniziato le manovre per l'epidurale. Dalla camera dove sono stata prima e dopo, ci sono arrivata a piedi in sala operatoria, niente sedie niente barelle, con uno degli assistenti giovani che mi era venuto a prendere; pensavo, speravo, fosse qualche altra pre-analisi (anche se era una chiara rimozione, insomma, mi (ri)preparavo da giorni tra purghe e digiuno e sapevo che la mattina sarei stata la prima). Mi sono messa io il camice verde di carta addosso (stavolta dritto, cioè storto), raccolto i capelli nella cuffietta, ma non avevo davvero capito che ero già li, finché sott' occhio non ho visto da un lato tutti quei monitor e apparecchiature e mi sono resa conto che c'erano delle luci al neon fortissime, troppo, che sparavano dal soffitto. Uh cazzo ci siamo, mi sono detta. Poi è diventato tutto improvvisamente veloce, mi hanno fatto sedere su quella che in qualche secondo ho capito che sarebbe diventato il mio "tavolo operatorio" e, da seduta, mentre mi spiegavano in che posizione stare - metti le braccia tra le gambe, piegati un po' in avanti, stai rilassata - e io dicevo - scusate, sono un po' emotiva - ma in realtà ero più frastornata dall'aver capito che c'eravamo, pronti, partenza... mentre mi pungono la schiena in basso una voce (l'anestesista) dà indicazioni brusche sulla posizione - dell'ago penso io - e una donna esegue, risponde "come storto? così?", io penso ma vedi a questa che impara addosso a me, ma sento solo una strana pressione, e infondo andiamo Simo, sei agofobica è vero, ma poi stai piena di tatuaggetti, essú, e mentre io appunto biascico tragica "ho un tatuaggio sulla pancia se dovete tagliare, tagliate, è il primo, è tutto sbiadito..." la voce dice "senti il caldo nelle gambe?" e io "no", "come no?", "...ah...si...comincia, la destra". Intanto intorno ti si muovono varie persone indaffarate, almeno quattro, cinque, che ti fanno cose (un dito in una pinzetta, prove di pressione), ed alla fine, per ultimo, tipo rock star, entra lui, il chirurgo (ho visto dei top back stage e vi assicuro che il paragone è calzante). Sotto la mascherina la cuffia e il camice io non lo avevo riconosciuto, ma mi saluta guardandomi un secondo negli occhi, e chiamandomi per nome "... 'giorno Simona", e allora ho ricordato lo sguardo verde cupo che mi aveva colpito quando lo avevo incontrato alla prima e unica visita fatta con lui, e ho detto, o forse ho pensato, stupita, quasi felice "uh eccolo!" mentre mi tocco la gamba e penso che mi avrebbero potuto prendere a forchettate nelle cosce e non avrei sentito nulla. Me le hanno alzate sulle sbarre tipo visita ginecologica perché ho detto che non potevo più muoverle io, che sensazione strana, e poi mi hanno attaccato delle cose gommose al petto, strappato in due il camice verde, stesa, e una voce ha detto fai un bel respiro, mentre mi mettono una mascherina che caccia fumo bianco e fresco sulla faccia.


Mi sono risvegliata dopo quelli che sembrano essere pochi secondi, ma in realtà sono circa tre ore, con la voce che mi chiamava da lontano "Simó come và?" e io "bene tutt'apposto", "ah vedi mi senti pure da qua brava". Il botta e risposta con l'anestesista mi ha fatto svegliare del tutto, completamente e in un secondo, no dolore ma consapevole: sono stesa, fuori il corridoio delle sale operatorie, con i medici che continuano con la successiva (la mia compagna di stanza, una ragazza più giovane di me, alla 4 recidiva, che mi ha aiutata un sacco, lei a me, una forza della natura in uno scricciolo di femmina ❤️), le luci fortissime e l'istantanea percezione di aver tutto in un secondo presente quello che è successo. Non ho mai sento davvero dolore (sono attaccata ad uno stupefacente palloncino trasparente dentro una teca di vetro di toradol e morfina che durerà tutta la giornata e tutta la notte, man mano lo vedi che si sgonfia), ma "sento" i buchi nella pancia gli aghi nelle vene le gambe ancora formicolanti, anzi non "lo sento", lo so, me ne rendo conto, e quindi comincio a respirare un po' veloce, iperventilazione, no simo, il panico ora no, l'anestesista si accorge subito e viene vicino a me, si fa vedere, mi dice  Simò tranquilla… respira piano… hai fatto… tutto apposto… e io eseguo. Ogni tanto lui ripassava a controllare, a un certo punto ho chiesto "mia madre?" E lui ha detto sta fuori, come si chiama, glielo dico che sei sveglia. Sono stata circa due ore, forse di più, parcheggiata fuori alla sala operatoria sotto controllo, mentre mi svegliavo. Poi mi hanno riportata in barella in camera, ho visto mia madre e ho pensato 'grazie' , e poi 'bravissima' , aveva la faccia preoccupata e le ho detto sto bene, ed era vero. Mi hanno spostato dalla barella al letto e ti ritrovi per 24/36 ore circa (se tutto va bene, ed è andato tutto bene) stesa immobile con due aghi nelle braccia un tubo nella fica e uno che esce dalla pancia e drena i liquidi, con gli infermieri che ogni tot vengono e ti iniettano cose bucano mani braccia, fattissima e tranquilla, nulla importa oltre al fatto che é passata, andata. Un po' di dolore al petto per il washing peritoneale.

Dopo la carne e il sangue, l'attesa che chiude il cerchio è, ovviamente, la merda, siamo fatti pure di questo: la "canalizzazione", cioè il passaggio dell'aria (perché la cacca in realtà ce ne vuole un po di giorni, diciamo una settimana) da dentro a fuori attraverso l'intestino, diventa fondamentale (la mia amica pediatra giustamente mi ha detto "pensa le feste quando i bimbi fanno la prima cacchina!"). Solo dopo sta cosa ricominci a riprendere pian piano l'uso autonomo degli organi del ventre, ti staccano l'idratazione artificiale, ricominci pian piano a mangiare quello schifo delle mense degli ospedali pubblici, dopo 48 a bere, a succhiare caramelline alla stevia che sanno di paradiso, ti staccano il catetere e ti alzi piano piano, rotolando, attenta ai fili, per andare in bagno trascinando sta sacca di liquido che hai attaccata alla pancia con un tubicino, io ci ho anche preso il caffè alle macchinette e fumato mezza sigaretta 😈) e poi quando smetti di spurgare per bene (diciamo 3-4 giorni) tolgono anche sto tubicino (ho riempito di complimenti l'infermiere che lo ha fatto, poco dopo averlo trattato malissimo perché aveva detto te lo tolgo e domani ti dimetteranno, e io COME DOMANI OGGI, PARLO COL PROF! STO BENE ME NE VADO, non posso firmare io qualcosa…) e il tubino a farfallina che hai nel braccio per 4-5 giorni da cui ti iniettano i medicinali.

In tutto questo sul piano nascevano bambini - almeno una decina in due tre giorni, vari gemelli, e una notte di trambusto (la seconda dopo l'operazione) per un sospetto caso di covid. Nessun parente o amico può entrare (la prima notte mia madre, con sierologico) quando mi hanno dimessa (visita, emocroma stacca cerotti, togli aghi, foglio delle cure) ho chiamato casa "lo so che piove a dirotto, ma mi venite a prendere?" e quasi piangevo di gioia. Mi sono fatta la valigia con le mie cose da sola, lo zainetto, mi sono messa gli occhiali da sole anche se fuori pioveva ancora e salutando gli infermieri, ringraziando le dottoresse, me ne sono uscita così, tirandomi il trolley. Come se stessi andando a imbarcarmi per delle meravigliose vacanze 


P. S. 

Fate prevenzione, andate nei consultori, non sottovalutate gli sbalzi del ciclo, i dolori strani, io mi sono accorta di avere sto robo per i controlli che faccio al consultorio pubblico ogni tot, pensavo fosse colite, congestioni, invece era una pallotta molla trilobata di quasi 12 cm cresciuta in meno di un anno che tra un paio di settimane saprò bene di cosa precisamente era fatta. 






lunedì 14 giugno 2010

PAMPHLET CONTRO LA MODA

E' ormai un anno, forse di più, che non compro vestiti. Ma neanche al mercato, ma neanche in un promod-ovviesse-rinascente-benetton. Ma neanche coi saldi. Per una donna è un buon record. Non l'ho deciso consapevolmente, è successo e basta. Sempre meno sempre meno, più nulla. Ho un paio di amiche, zie, cugine che mi passano le cose, come quando si era bambini. Certo ho perso un po il mio stile, se mi guardo allo specchio il più delle volte mi dico “ma che ti sei messa addosso?”, però poi parlo, e tutto torna. Lo stile è li.

La maggior parte della gente è convinta che la moda sia qualcosa di fondamentale; la verità è che le creazioni degli stilisti, sui loro begli ometti, sono nient’altro che abiti. Stoffa cucita insieme. Anzi, quelli di marca, da sera, appena li togli dalla stampella, diventano inconsistenti straccetti, li prendi tra le mani e non capisci più qual'è il sopra e qual'è il sotto, il davanti o il dietro; e poi, inutile dire, sono cari, oltre ogni ragione. Giustificherei più facilmente il prezzo se gli abiti fossero realmente frutto di creatività superiori, opere d'arte, ma quelli che finiscono in vetrina sono ciò che resta dopo le bieche previsioni di vendita e il pollice in su delle più famose boutique sparse qua e là per il bel mondo. Quelli che sfilano, mica li vedi, nei negozi.
L’evanescenza e lo scintillio, che genera invidie e stimola desideri, è così sbrilluccicoso che impedisce la vista.
Intanto orde di creativi in erba, potenzialmente innovativi, faticano a trovare stages non retribuiti.
Molti dei capi realizzati nella pre-produzione, quelli che fans e clienti vedranno sfilare, sono annullati perché non si venderanno mai. Solo quelli che hanno un mercato sicuro, quelli in pratica già venduti, sono mandati in produzione, e non importa quanto difficile e costoso sia realizzarli o se bisogna scuoiare ignare foche dei mari del nord per il collo e i polsi.
Quando lavoravo a Milano mi sono infiltrata a qualche defilè ed ho lavorato in un famoso atelier, di cui non farò il famosissimo nome, tanto uno vale l'altro. Zona Brera. Una quantità di spazio in affitto nel quadrilatero d’oro della città, a cifre esorbitanti per centimetro quadro. Niente, nonostante il pauroso giro di soldi e l’apparenza, che storicamente inganna, non riesco a considerarla una “cosa seria”. Questa macchina stagionale ed eterna che macina centinaia di assunti a tempo determinato per alimentare analisi di mercato e di “stili di vita” vuole imporre a me, imporre dico, qualcosa che dovrebbe essere libera espressione dell’individuo. Qualcosa che fa la sua porca figura solo quando scivola via a terra e ti lascia nuda come mamma t'ha fatto.
Chiariamoci, i vestiti mi piacciono e sono anche abbastanza vanitosa. Ma se adesso faccio fatico a trovare stivali neri semplici, no bucati, no frange, no con kilometri di finta nappa attorno, perdonatemi, ma andrò scalza.
I fashion victim, li sentite quando parlano? È tutto un “Caaraa beeella” strascicato con tono mellifluo e ascendente che sturba immediatamente le terminazioni nervose. Una profusione di teorie sulla moda che “...in se non ha più niente da dire” e sulla “donna che deve re-inventarsi quotidianamente, essere allusiva, concreta, vitale” e via con sequele di aggettivi infilati a caso, senza senso, uno dietro l’altro. Chi sa perché gli stilisti si lamentano dell’omologazione, ma continuano a produrre in serie. Imitarli, per alcuni, è l’unico modo per sopravvivergli.
Mi ricordo che da bambina avevo un incredibile passione per le Barbie e facevo abiti fatti da me, riciclando pezzi di stoffa e riadattandoli per la biondina coscia lunga. Stare nel backstage di una sfilata è come cadere nel cestone delle barbie. Bellezze in (poca) carne ed (evidenti) ossa, sempre livide di freddo, spogliate e rivestite in continuazione, fino a che la pelle non è arrossata dalle stoffe rigide, lampo e ciappette metalliche, clips e miriadi di bottoncini di vestiti che indossano centinaia di volte, ma che non saranno mai loro. La taglia è più o meno standard: “40” da collezione si chiama. Praticamente una 38, quasi 36, misure da bambina.
Le ho viste tante volte scherzare nei camerini, con l’accappatoio e le ciabatte ai piedi, come in un qualsiasi spogliatoio di una palestra. Nei sogni di uomini e donne diventano oscuri oggetti del desiderio, corpi da emulare; per le agenzie sono manichini viventi, e loro lo sanno.
Attorno bazzicano pessimi personaggi, qualcuno lavora, molti sembra che non facciano assolutamente nulla, altri si lamentano addirittura di essere tra bambole e champagne, anche se si vede lontano un miglio che l’orgoglio gli fuoriesce da ogni poro della pelle.
Quelli dell’amministrazione pensano solo “La sfilata è andata, migliaia di euro per una manciata di secondi, ma tutti ne stanno scrivendo”. Quelli dell’ufficio stampa hanno l’aria stanca e le borse sotto gli occhi per le nottate insonni passate a decidere chi far sedere dove e vicino a chi. Ma la cosa più importante è piazzare la collezione sul mercato, strizzare la gallina dalle uova d’oro. La campagna vendite! E’ il momento delle eleganti donne in tailleur divisa, gentilmente offerto dallo stilista mandatario, che le sguinzaglia all’impazzata. Sono loro, le “venditrici”, agguerritissime ed agitate arpie, mani in pasta di un uomo che, nel suo stesso tempio, concede udienza davvero raramente. Non fatevi abbindolare dalla loro aria blasée, sono commesse d’alto bordo. Man mano che aumentano gli appuntamenti con i clienti, calibreranno simpatie ed antipatie sulla base di incomprensibili equilibri. Niente per niente, tanto ci sono modelle e stagiste, per sfogare frustrazioni e vecchiaia che avanza. L’importante è il fatturato, il resto della macchina va avanti da sé.
Runner e facchini, nascosti agli sguardi dei clienti, continuano a sgobbare come pazzi, fieri delle loro belle magliettine made in Taiwan con su la “firma” dello stilista. Le sartine seguitano a cucire nei sotterranei. Gli abiti-prototipo, la “collezione” insomma, è rammendata continuamente, il che mi fa nascere interrogativi sulla qualità della merce in questione. Per controllare un bottone o riattaccare un’etichetta ad un abito le povere donne devono chiedere a qualche hostess di andare a prenderglielo, perché non si possono avvicinare agli abiti in esposizione, quasi fosse lo Spirito Santo ad averli cuciti, e non loro.
Dopo questo mese lo show-room tornerà ad essere un megaguardaroba per starlette della TV, che andranno di persona, o manderanno costumiste e “consulenti d’immagine”, a scegliere mise da indossare in trasmissione.
Per adesso è quello che è, una fucina di soldi e chiacchiere, con la competizione, negli appositi salottini, spinta ai massimi livelli.
I clienti sono da convincere e conquistare a tutti i costi, anche se spesso incompetenti e decisamente grossolani. Infondo cosa ci si aspetta dai commercianti? Se ne può parlar male solo quando non ti vedono.
“Caffè?”
“..caffè…”
“pasticcini?”
“..pasticcini…”, una profusione di sdolcinatezze; ma la linea che separa la cortese ospitalità dal servilismo ipocrita quì è scomparsa.
Ovviamente di soldi neanche l’ombra; euro, sterlina, yen o dollaro che sia, il denaro non si vede. Quando si fa “l’ordine” si arriva determinati al budget senza batter ciglio.
I soldi sono volgari, eppure sono qui per questo. Uno solo di questi semplicissimi pantaloni cammello non costa meno di duemila euro. Prezzo che sarà ricaricato per lo meno del 300%.
Cominciano ad arrivare arabi e giapponesi. Sono loro quelli che spendono le cifre più alte per portare il “Made in Italy” all’estero. Accontentiamoci, grazie a loro l’Italian style è famoso nel mondo.
Allestimenti mastodontici, colonne greche in cartongesso, ori e velluti a profusione, musica in sottofondo (gli stessi due pezzi colonna sonora della sfilata, mandati a ripetizione tutto il giorno, tutti i giorni).
Silenziosi e solerti camerieri si nascondono dietro le tende pesanti.
L’atmosfera è lussuosa ed ovattata, con le pareti tappezzate di abiti e scarpe, borse e occhiali, accessori multiuso tutti della stessa gamma di colori.
Nessuno si vestirebbe mai così, mi dico speranzosa, ma più mi guardo in giro più mi accorgo di sbagliare.
E se quest'anno si porta nero, grigio topo da giorno, grigio merda da sera scordati un vestito colorato.
E le luci, avete presente? le luci sono ovunque, sparatissime, 24oresu24. Riscaldano come tanti piccoli phon creando un ecosistema malsano e finto, come i sorrisi e gli occhi di tutti quelli che incontri, sparati e lucidissimi. Attraversano i corridoi moquettati a testa bassa, con aria fintamente affaccendata, vestiti di lucido nero impeccabile, seguite dal loro codazzo di assistenti, anch’esso rigorosamente in black con quell’aria sempre un po’ corrucciata, di chi si prende troppo su serio, sembrano irrequieti branchi di Labrador.
Anche io mi vesto di nero a volte, ma il mio è ombroso e macchiato di fumo.
In questi ambienti, se non dimostri qualcosa, qualsiasi essa sia, nessuno ti trova interessante.
Sei un copy? Un sound designer? Una stylist? Sai parlare l’inglese, usare il computer? Guadagni bene? Hai abbastanza contatti? Sei creativo, hai capacità di problem solving? Sei maturato in questi anni? Fatto esperienze all’estero?…
Mi sono chiesta se ne valesse la pena. Non mi piace l’ipocrisia e non m’interessa far finta, e so che il mio animo irrequieto non si calmerà grazie ad un vestito in più.
C'è più gusto a boicottarla, la moda, che a seguirla.

mercoledì 22 luglio 2009

mi metti lo smalto?


mi metti lo smalto?, inserito originariamente da La Simi.

favori estivi tra amiche...

giovedì 9 luglio 2009

E.T., il precariato e quella mia felpetta rosa

Dedicated to Manù


Anche se la mia memoria è davvero scarsa, e tu lo sai, ricordo perfettamente le due bimbette che eravamo entrare al Cinema Vittoria, quello sotto casa mia. Ricordo tuo padre esibire una delle sue innumerevoli tessere che lo facevano accedere gratis ovunque, addirittura forse un tesserino siae, che chi sa chi gli aveva procurato. Era il 1983 e noi avevamo circa sette, otto anni. Era quasi Natale ed eravamo tutte imabuccate con sciarpe e cappelli. Poi il buio della sala, e la magia del cinema.

Sono passati 26 anni, ho avuto più volte a che fare con la siae. Oggi, per esempio, è il penultimo giorno al Trevi, mancano due statini e si chiude, facevo il calcolo dei giorni mancanti così, contando gli statini. È stato il “contratto a progetto” più interessante degli ultimi tempi (maledetto precariato!), dopo set e turneè il più bel lavoro fatto in assoluto, in tutti i sensi. Unico nella storia del mio jumpworking che mi dispiace un po’ lasciare…lavorare in un cinema, d’essey, un posto “che fa cultura” come si dice adesso, non è affatto male ma, come tutte le cose belle, non può durare troppo a lungo, sennò si guasta. Io sono precaria, e sono precaria dentro.

Quando le luci si accessero, alla fine del film, io ero senza parole. All’uscita tu volevi chiacchierare, ma io avevo un nodo in gola che non mi spiegavo e non riuscivo a dire niente, “bello eh?” chiedevi. Sei sempre stata brava a razionalizzare, amica mia, invece io non riesco a reagire subito e, ancora adesso, se sono molto molto felice, molto molto emmozionata, molto molto triste, mi viene da piangere. Io volevo solo andare a casa e ripensare a quella specie di mostriciattolo con gli occhi azzurri, enormi, brutto tanto che se lo avessi incontrato avrei avuto paura. E la paura era quello che volevo. Pensavo a come sarebbe stato avere un segreto così. Pensavo alle separazioni. E volevo restare bambina per sempre. Quel film l’ho rivisto tante volte, gli volevo così bene, ad E.T., perché lui esisteva lassù, ed era mio amico, e lo adoravo così tanto che mia madre mi comprò una felpetta rosa confetto, con l’extraterrestre gommato sopra, bellissim. E avevo anche un pupazzo, col dito che si illuminava, le pieghette molli e tutto. Non so dove siano finiti.

Parecchi anni dopo, ero a Milano in un supermercato con un allora appena conosciuta coinquilina, e come regalo di compleanno per un suo amico comprammo una videocassetta del film con contenuti speciali e pupazzetto incorporato a 9.90. Poi io mi ci fidanzai, col suo amico, e il pupazzetto si è trasferito con noi.

Ma visto che, anche di questi cinici tempi umani, tutto torna, come regalo ultimo, ciliegina sulla torta di fine lavoro, mi è capitato di conoscere l’uomo che se lo è inventato, quell’orribile mostrino che tanto ho amato, che ha popolato i miei pensieri di storie e fantasie da bambina. Quindi, anche se di solito, come dice qualcuno “francamente me ne infischio”, stavolta ho chiesto un autografo, per il mio amico E.T., e l’ho fatto firmare dall’autore, sulla panza, con un pennarello nero medio, raccontandogli la storia della felpa rosa. E’ un vecchiettino piccolo, magro, alle prese con sto pupazzetto grigiastro, sorrideva divertito. E.T. è contento, e anche io. E ho pensato alle amicizie che durano nel tempo. Queste si che sono soddisfazioni nella vita…

martedì 14 aprile 2009

Scatole di francobolli

Mio nonno collezionava francobolli.
Quando ero piccola, una volta all’anno, riempivamo con l’acqua tiepida il lavandino marrone scuro di casa sua e li mettevamo tutti a bagno, per togliergli la polvere e la puzza di naftalina che nonno metteva nelle scatole dove li conservava, quelle di latta che si usavano una volta per i biscotti.
Io rimanevo incantata a guardare quei minuscoli e delicatissimi quadratini di carta che galleggiavano leggeri e si attaccavano ai bordi lisci della ceramica. Al minimo movimento c’era il rischio che si sovrapponessero uno all’altro, ed era difficile poi separarli da bagnati senza farli rompere. Io avevo il compito di evitare che questo succedesse e li controllavo con attenzione, dividendoli con le dita grassocce appena loro minacciavano di avvicinarsi.

Poi è morto, nel giro di pochi giorni, e io non sono entrata nella sua stanza. Ho solo sbirciato e ho visto un angolo di letto ricoperto di rose rosse. Qualcuno le aveva sparse alla rinfusa, mia nonna forse, e mi piacque pensare che mio nonno era tutto ricoperto di fiori.

Una vicina di casa aveva portato due guantiere giganti cariche di cornetti appena sfornati e ricoperti di impalpabile zucchero a velo, una alla crema e una alla marmellata, come se stessimo festeggiando l’arrivo della primavera.
Nel salotto le mie zie parlavano sommessamente con mia nonna che cincischiava tra le mani un fazzoletto umido di lacrime. Non si capacitava. Loro due, da giovani, avevano fatto la fujtina, si erano sposati alla chetichella. Era tempo di guerra e queste cose succedevano. Appena l’anno prima avevano festeggiato le nozze d’oro.

Ripenso a quello che lui mi augurava ad ogni compleanno o ricorrenza “Tutto quello che il tuo cuore desidera”. Questo auspicio mi ha accompagnato fin da bambina. Quello che il mio cuore desidera...
Come se fosse facile saperlo, nonno.

Sul divano c’era mia madre, ma io non volevo avvicinarmi. Se lo avessi fatto avrei dovuto confortarla e lei avrebbe pianto, e lo avrei fatto anch’io perché non sopporto di vederla piangere. Una zia mi ha sospinto leggermente verso di lei, come a dire stalle vicino.
Io mi sono avvicinata strisciando i piedi, con gli occhi bassi. Mi sono seduta accanto a lei e mamma mi ha abbracciato. E’ scoppiata a piangere immediatamente, come se non aspettasse altro che me, per aprire il rubinetto. Io mi sforzavo di tenere dentro le lacrime davanti a tutta quella gente.
Mi ha raccontato che era vicino a lui, quando ha esalato l’ultimo respiro, ha detto che non era proprio un respiro, “Più un soffio” ha detto, “uno sbuffo, come se il corpo dovesse fare uno sforzo per far uscire tutta l’aria e svuotarsi” era precisa, doveva averlo guardato bene.

Il giorno dopo, al funerale, c’erano un sacco di ragazzi, tanti per essere quello di un vecchietto. E’ che mio nonno era simpatico. Era ironico e sagace, faceva sempre battute buffe e un po’ cattive sulle svariate peculiarità della mia famiglia troppo esuberante, per la sua riservatezza.

Battibeccava sempre con mia nonna, si vedeva che si volevano bene. Nonna è una gran cuoca, vera cucina napoletana, grassa e stracondita. Una volta, d’estate, eravamo a tavola la famiglia al gran completo, e c’era un consumo di tovaglioli di carta impressionante per assorbire tutto l’olio che colava da mani e bocche, “Potremmo appendere una tovaglia sulla tavola” disse lui dietro una montagna di carta appallottolata, “così ci puliamo tutti insieme, che ne dici?” mi guardò col sorriso sghembo che gli era rimasto dopo l’ ictus. Ce l’aveva sempre quel sorriso, quando si rivolgeva a me.

Quando lui cominciò a star male io ero già andata via da un pezzo. Quando tornavo a casa lo andavo a trovare e negli ultimi tempi era sempre più spesso a letto, sempre più magro e debole. L’ultima volta mi aveva chiesto dell’università, “Mi mancano due esami, poi mi laureo” ho mentito io. “Brava” mormorò lui facendo uno sforzo per toccarmi la mano. Vidi mia nonna sorridere perché lui non parlava da giorni.

Quando era troppo tardi mi sono ricordata dei francobolli, centinaia e centinaia, conservati nelle scatole di latta. "Saranno tutti attaccati tra di loro, ammuffiti" ho pensato. Magari tra un po’ a qualcuno verrà in mente di venderli.

giovedì 31 luglio 2008

I giochi della sera

Quando eravamo piccoli, verso la metà di Luglio, io e la mia marea di cugini, partivamo tutti insieme per le vacanze. I grandi ci stipavano in un paio di macchine e ci portavano al mare, in due villette comunicanti sulla spiaggia.
Per noi era una gran pacchia, aspettavamo l’estate tutto l’inverno per scorazzare due mesi polverosi e felici dalla mattina alla sera, in branco. La notte dormivamo in tre o quattro per letto, facendo una confusione terribile fino a che non crollavamo sfiniti.
L’ultima estate tutti insieme, non mi ricordo chi di noi, s’inventò le categorie di giochi “del giorno” e di giochi “della sera”. I primi erano tutti quelli che si potevano fare all’aperto, in strada o sulla spiaggia; i secondi, invece, li facevamo in camera, dopo cena.
Il più gettonato, quello che diventò il nostro preferito, era Le torturine di Candy Candy. Facevamo il tocco per assegnare il ruolo di Candy e Susanna imbrogliava quasi sempre per farla lei. Gli altri, a turno, si spartivano i ruoli degli amici e dei nemici, i malvagi Nial e Iriza.
Candy, la povera orfanella, veniva legata a pancia in giù sul letto e i fratelli cattivi ci studiavano su l’anatomia, la torturavano di pizzicotti e le facevano il solletico mentre gli amici cercavano di salvarla.
I maschi, col tempo, diventarono più ingegnosi e perfezionarono gli esperimenti, per esaminarci indossavano dei guanti di lattice color crema rubati dal cassetto della cucina e usavano le mie matitine di Hello Kitty come termometri. Candy doveva rimanere assolutamente immobile mentre gli altri discutevano della sua condizione fisiche con aria da scienziati.
Una sera, verso la fine di Agosto, aveva piovuto tutto il giorno e noi eravamo rimasti in casa ad annoiarci, dopo una lunga sessione di torturine spogliammo Martino, il più piccolo, e lo sistemammo in piedi sul letto, di fronte a noi per cantargli la sua canzoncina preferita. A turno gli facevamo dondolare di qua e di là il minuscolo pisellino, come la campana della filastrocca, e intanto cantavamo in coro “Fra martino campanaro dormi tu…suona le campane din don dan”.
In quel momento entrò mia zia in camera, ci vide e lanciò un urletto; poi chiamò mia madre “Maria” stillò, “Muoviti, vieni qua”.
Mamma accorse preoccupata “Che è successo?” disse.
“Guarda” mia zia ci indicò con la mano, eravamo sudati e scapigliati, mezzi nudi e canterini, “Questi ragazzini sono troppo…troppo…” non trovava la parola adatta “…troppo liberi” sbottò alla fine.
“Ma sono solo bambini” disse mia mamma.
Noi non capivamo perché gridassero tanto, Martino scoppiò a piangere e io, confusa, cercai di proteggerlo “Stavamo solo giocando a Fra Martino”, dissi facendo uno sforzo incedibile per trattenere le lacrime. Non volevo piangere perché mi sembrava un ammissione di colpa, e io non avevo fatto niente. Ma non servì a molto. Da quel momento le cose cambiarono. Prima di tutto ci divisero, femmine in una stanza, maschi in un'altra, l’estate stava per finire e in casa c’era un’aria pesante.
Chiedemmo spiegazioni, qualcuno all’inizio si rifiutò di obbedire alla nuova regola, ma non ci fu niente da fare, la decisione degli adulti fu irrevocabile.
Noi bimbe, nella nostra stanza, continuammo per un po’ con i giochi “della sera”, ma da sole non era più tanto divertente. Prima che l’estate finisse avevamo già perso interesse.
Poi ricominciò la scuola.

lunedì 12 maggio 2008

I fiori mai!

La mia è una famiglia numerosa, una marea di parenti, zie e cugini a profusione. Per questo, in linea di massima, cerco di evitare le riunioni familiari, fonte di dissidi e discussioni. Ma non posso farlo neanche troppe volte di seguito altrimenti divento irrimediabilmente la solita, ed essere la pecora nera, in una famiglia di lupi travestiti da agnelli, non è un gran piacere.
Perciò oggi, Domenica, sono a pranzo da mia nonna, mater familias in carica, dopo che mio nonno se n’è andato. Ci sono tutti tranne Rino, fratello di mia madre, l’unico che avrei visto con piacere. Probabilmente è impegnato con una “cliente”, che immagino alta, bionda e particolarmente annoiata. In sua vece però c’è la moglie, Rebecca, che non fa altro che tessere le sue lodi e blaterare con orgoglio della sua dedizione al lavoro. La guardo con un vago senso di commiserazione. Mio zio mi ha raccontato che quando fanno l’amore lei si tira su la camicia da notte fino alla pancia e aspetta ad occhi chiusi, manco fosse una vittima sacrificale. Dice che è come fottere una bistecca cruda, poverina.
Argomento principale è la festa del due Giugno che un nostro parente acquisito da parte di madre, nonché prefetto di ***, organizza ogni anno nella sua megacasa richiamando in massa amici e parenti: leccornie, grande soirée e fuochi d’artificio. Io sono cinque anni che me la scampo, ma ho il sospetto che stavolta mi vogliano incastrare.
Tutto è cominciato per colpa di mia nonna, ultrasettantenne, sarta da una vita e vanitosa come poche al mondo. Si parla degli abiti da indossare al party, bisogna trovare quello adatto per ognuno, cadesse il mondo.
Questo è esattamente il tipico problema che può impegnare le donne di una famiglia per settimane intere, se poi si tratta della mia, le sfumature del caso assumono caratteristiche inquietanti. Comincia lei, “Io quest’anno non posso venire” annuncia. “Ma come” si scandalizza Maria, la primogenita, nubile e particolarmente felice di poter andare almeno una volta all’anno ad una festa come Dio comanda, camerieri compresi. L’anno scorso mio fratello mi ha raccontato che si è imboscata con due di loro, contemporaneamente. Non rinuncerebbe mai ad andare, “Tu devi venire” dice, “Tutti dobbiamo andare” ribadisce quasi strillano, invasata. Nonna a quello sbotto piagnucola, vuole essere pregata, “Ma non ho niente da mettermi” dice.
A momenti muoio, il pollo mi va storto, tossisco e mia madre mi guarda con aria bieca, “Smettila di mangiare con le mani” mi dice, e poi rivolta alla madre “ma non mi far ridere, c'hai la casa che se ne cade di pezze”.
Mio fratello sogghigna mentre attacca le cuffie alla tv per seguire il gran premio senza sentire le nostre chiacchiere.
“Puoi metterti quello blu di seta, ti sta così bene”, s’intromette Anna, mia cugina, con quella odiosa voce a trombetta che si ritrova.
“E le scarpe? non posso stare coi tacchi, mi fanno male le gambe” risponde lei.
“Mica ci vai a piedi alla festa” intervengo io stufa, ma commetto un errore, me ne accorgo subito. Lei ne approfitta e m’inchioda “e Eleonora che si mette?”domanda subdola rivolta a mia madre. Farmi accasare col figlio del prefetto, anche se siamo mezzi consanguinei, è il suo inconfessabile desiderio fin da quando ero piccola.
“Io non posso…” provo a dire. “Non ricominciare” fa lei addolorata “sono anni che non ci vieni, rimarrà male”, ha una devozione verso il “prefettissimo” che rasenta la fede, “si è tanto raccomandato” aggiunge. Poi si ricorda del vestito che mi ha fatto l’anno scorso, mai usato, “quello coi fiori, che ti dovevi mettere e poi non sei venuta, metti quello”, vuole farmi sentire in colpa. Guardo con terrore mia madre sperando che venga in mio aiuto, “Ad Eleonora i fiori non sono mai piaciuti…” dice mia madre.
“Come?, e il vestito che gli ho fatto l’alt’anno?” insiste nonna.
“Lo ha dato a me” interviene quella cretina di Anna, tanto per mettermi in cattiva luce.
“E stai un po’ zitta” sbotto io.
“Quello a fiori? Per carità, Eleonora?... i fiori mai!”, insiste mia madre, come se fosse un gran merito non amare le piante.
Il motivo per cui non muoio dalla voglia di andare alla festa del prefetto, motivo noto a me sola è, ovviamente, il prefetto stesso.

Quando ero ragazzina, e lui un uomo agli inizi della carriera, d’estate passavamo insieme molto tempo, in villette contigue a picco sul mare dove la famiglia si riuniva per trascorrere le vacanze. Uno scempio architettonico di proporzioni illustri.
Lui non era ancora prefetto, si era da poco sposato con la figlia di una delle sette sorelle di mia nonna, mi regalava sempre ciondolini d’oro per le mie collane e mi faceva un sacco di complimenti. Io lo adoravo, arrivava con macchine esagerate e io mi divertivo a lavarle per lui. In cambio me le faceva guidare per qualche metro nel viale d’ingresso e mi scarrozzava beata per tutto il paese.
L’ultima volta che ci siamo visti è stato appunto cinque anni fa, per la festa del 2 giugno. Erano già quasi tutti via ma io ero rimasta perché Elena, sua figlia, voleva che rimanessi a dormire lì. Eravamo in un salottino dell’ultimo piano e stavamo chiacchierando. Lei si era innamorata del suo istruttore di equitazione e voleva chiedermi pareri sulle strategie di approccio, la musica arrivava attutita dal salone e io fumavo di nascosto una sigaretta. A un certo punto lui entrò barcollando, mormorò “finalmente affancu…” poi si accorse di noi, “di che parlate bambine?” chiese.
“Lascia stare è ubriaco” disse Elena senza farsi sentire.
“Seduzione” risposi invece io, sincera. Lui ci guardò, si allentò la cravatta e si tolse la giacca, la buttò sul divano lì accanto, tanto qualcuno l’indomani l’ avrebbe portata via, si versò del Porto in un bicchiere gigante e si sedette su una poltroncina di fronte a noi. Quant’è fico pensai.
Rimase zitto. Se ne stava in silenzio a sorseggiare il suo drink, pensando presumibilmente ai diritti-doveri di un uomo della sua posizione, e intanto ci guardava. “com’è andata papa?” chiese Elena cercando di cambiare discorso.
“Bene bene” disse facendo un gesto con la mano come se dovesse allontanare una mosca insistente. “chi volete sedurre?” domandò curioso.
“Oh nessuno” disse Elena, “Parlavamo di come si seduce un uomo” precisai io, “ci servirebbe il punto di vista di un esperto” aggiunsi maliziosa. I miei ricordi di bambina mi facevano avere un atteggiamento piuttosto confidenziale.
Lui rise divertito “Un uomo non lo so” disse, “però posso dirvi come conquisto le donne io”.
“Le donne non si conquistano” fece Elena “Sembra che stai parlando di un appezzamento di terra!”.
“Si conquistano, eccome” ribatte lui, “e secondo il mio modestissimo parere…” cominciò con aria seria e concentrata, fermandosi a metà frase, quasi facesse un grosso sforzo, a dire quello che stava per dire “…le donne si seducono con lo sguardo” concluse, rallentando il ritmo delle parole. Poi mi guardò e sorrise.
Sembrava tranquillo e rilassato, noi ci accoccolammo davanti al camino, sedute ai suoi piedi, pronte per assorbire una lezione di vita.
“Quando sono attratto da una donna per prima cosa la studio attentamente” proseguì lui con tono didascalico, mentre mi guardava attentamente, “osservo i suoi movimenti, il suo atteggiamento nei miei confronti, cerco di capire se mi preferisce agli altri”.
Elena poggiava sonnacchiosa la testa sulle mie gambe, io cinciscavo nervosa il pacchetto di sigarette. La sua voce mi aveva sempre fatto uno strano effetto, era la voce di un politico, fatta apposta per convincere. Continuò ad elargire alcolica saggezza maschilista con innata sicurezza, “Se mi accorgo che è nervosa, che non riesce a stare ferma...vuol dire che è emozionata. Imbarazzata. A volte sono la stessa cosa. Un buon segno” proseguì lento, come se dovesse scollarsi le sillabe dalla lingua una ad una.
Io lasciai immediatamente perdere il pacchetto si sigarette e cominciai a torturarmi una ciocca di capelli, senza rendermi conto. Guardai Elena che quasi dormiva. Lui sorrideva. Con quel maledetto sorriso. “Continua” disse Elena nel dormiveglia.
“Se lei capisce che la sto studiando allora è anche intelligente, e una donna intelligente è sempre meglio di una stupida”.
“Eppure gli uomini vanno dietro a certe…” mormorai. Lui mi guarda soprappensiero, come se mi vedesse per la prima volta, “io le preferisco intelligenti” dice.
La mia temperatura corporea stava aumentando di svariati gradi, avevo le guance in fiamme, le gambe molli e la sensazione di calore nella pancia aumentava ogni minuto di più.
“E poi?” dissi con un filo di voce, solo per sentirlo parlare ancora un po’.
“Poi cerco un occasione per starle vicino, possibilmente da soli, e sempre guardandola, senza sfuggire mai lo sguardo, le dico quanto è bella, perché ogni donna lo è, in qualche modo, anche quelle che all’apparenza non lo sembrano. Le dico che mi piace, che ho voglia di baciarla…”.
Io rimanevo lì, con la testa della figlia sulle mie ginocchia, a farmi accarezzare dal suono della sua voce, mentre ripensavo alle inoffensive coccole che mi faceva da piccola. Sentì Lisa che rientrava rumorosamente in camera, sua moglie, mia zia di secondo grado, che riusciva a reggere lo stress del ruolo solo aiutata da una serie infinita di psicofarmaci. Se non mi dà un bacio con la lingua adesso morirò dalla voglia per sempre, pensai.
Lui si alzo di scatto, disse “Ora vado a letto”.
“Di già?” feci io che sarei rimasta ad ascoltarlo per tutta la notte.
“Si” disse lui guardandomi “Prima che sia troppo tardi. E non fare tardi neanche tu Eleonora, altrimenti domani non ti alzerai in tempo per partire”.
“Il capo sei tu”, dissi con un filo di voce. Era la risposta che gli davo da piccola, quando mi diceva di far qualcosa che non mi andava, il capo sei tu.
Mi mossi e Elena bofocchiò “Non siamo più delle bimbe pa’”.
“Me ne sono accorto” disse lui uscendo.
Quella era stata l’ultima volta. Il giorno dopo mia madre venne a prendermi prima di pranzo, e lui non si fece vivo per tutta la mattinata.

Il giorno della festa il telefono comincia a squillare presto, nonna per prima, per sapere chi sarebbe andato a prenderla, poi Anna che voleva venire in macchina con noi, poi Maria per parlare con mia madre. Nel primo pomeriggio stacco la spina esasperata.
“Ma dobbiamo ancora decidere chi va a prendere nonna, devo sentire Rino, quello sciagurato c’è l’ha staccato, figurati se Rebecca viene, da sola” strilla mia madre appena se ne accorge.
Io ho un numero segretissimo di cui nessuno, tranne poche fortunate, è a conoscenza, “lo chiamo io” dico “sta tranquilla”.
“Mi sta passando quel poco di voglia che avevo” ci comunica mio fratello dalla sua stanza.
“Ma che avete tutti! E’ una festa, mica una marcia funebre!” sbraita lei dal bagno, “per favore ragazzi…” continua col tono dei discorsi seri “non fate come al solito. Marco, non ti presentare con le scarpe da ginnastica, e tu, Eleonora, mettiti un vestito carino, ti prego, nero, blu, non quelle cose colorate… e non fate tardi come al solito!” si raccomandò prima di uscire.
Nonostante le sceneggiate mi agghindo con estrema cura, già che siamo in ballo…tiro fuori il vestito della laurea, un tubino nero attillato lungo fino a terra, con una scollatura dietro che mi lascia scoperte le fossette sul culo, di cui vado fierissima. Mi metto lo smalto sulle unghie dei piedi e dei sandali col tacco altissimo, poi mi trucco da battaglia.
“Come sto?” chiedo infine a mio fratello.
“Sembri una mignotta” risponde lui.
“Gentile…” commento “Tu sei pronto? Andiamo?”.
“Via…”, fa lui alzandosi con aria da martire “in pasto ai leoni”.
Naturalmente siamo in ritardo e dobbiamo ancora passare a prendere Anna. Lei è tutta in ghingheri sotto il portone, ci aspetta da una buona mezzora. Per tutto il viaggio continua a ripetere a intervalli regolari“ Ely muoviti, è tardissimo…ma vedi che traffico, ci metteremo ore” .
“Le dive si fanno attendere” sfotte mio fratello, poi si preoccupa, “finirà tutto il buffet, ci vengo solo per quello!”.
“Sei disgustoso” fa Anna.
“E tu un isterica” risponde lui.
Cominciano a litigare e trillare Isterica-porco, oca-stai zitto, esaurita-stronzo.
“BASTA! state un po’ buoni, e che cazzo!” dico nervosa “Un po’ di rispetto, sto guidando, e sto per incontrare il sogno erotico della mia fanciullezza” dico. Mi guardano strani ma finalmente stanno zitti.
Arriviamo alla villa, mollo l’auto nel viale d’ingresso, incastrandola tra le decine già parcheggiate, mi rimetto i sandali che ho tolto per guidare e mi vomito fuori dalla macchina .
“WAU” esclama Anna guardando il giardino illuminato da centinaia di lanternine colorate, pieno di gente che cicaleccia.
“Carino” concedo io.
La padrona di casa, nostra zia, con un vestito improponibile e carica di gioielli come la Madonna di Piedigrotta, è sulla porta ad accogliere gli invitati.
“Benvenuti, benvenuti!” esclama quando ci vede.
“Ciao Rosalba” la saluto il più naturale possibile, “come va?”.
“Benissimo, benissimo!” risponde lei totalmente sopra le righe.
“Siete elegantissimi!” ci dice “elegantissimi. Entrate, entrate”.
Tratteniamo l’ilarità, Rosalba raddoppia sempre le parole, e la cosa ci fa invariabilmente scompisciare dal ridere.
“Ubriaca ubriaca…” mi sussurra mio fratello nell’orecchio.
“Pure noi! pure noi!” lo incito entrando.
Ci facciamo largo tra la gente, Anna individua subito un paio di persone che conosce e le va a salutare, cosa che io non farei mai. Marco si fionda sul buffet, “Portami qualcosa” gli dico dietro. Ho giurato a me stessa che per nessun motivo al mondo mi sarei accostata alla ressa davanti al tavolo ricoperto di vassoi e piatti e zuppiere stracolmi di cibo.
Mia nonna mi vede, “Che bella nipotina” dice orgogliosa.
“Mi fanno male i piedi” rispondo io “‘sti tacchi malefici”.
“ti capisco, ti capisco” fa lei che ha lo stesso vezzo familiari di ripetersi, “ma chi bella vuol sembrare...” comincia con saggezza popolare.
“Si, si nonna lo so” l’interrompo, e chiedo a Rebecca dov’è Rino. Ho bisogno di un alleato. “E chi lo sa” risponde lei già brilla, fa un gesto fatalista con la mano, “sarà in giro…”
Esco a cercarlo ancheggiando leggermente sui tacchi, “non sculettare in questo modo” mi dice mio fratello quando gli passo accanto. Gli caccio la lingua e mi dirigo verso la piscina. Un fischio da camionista mi blocca, “Rino!” esclamo sollevata.
“Schsss!” fa lui col dito sulla bocca “altrimenti Rebecca mi trova”.
“Perché ci stai ancora insieme?” gli chiedo io. Lo faccio sempre.
“Credi davvero che sarebbe più felice se la lasciassi?” mi rimbalza lui di solito, e a quel punto non so più che ribattere.
Stavolta invece dice “Non mi fare la predica, almeno tu”, mi prende in giro, “quanti uomini hai irretito?” mi chiede, e poi “…Lo hai già visto?”. Lui sa.
Scuoto la testa,“Sono appena arrivata” rispondo. Rino mi prende per le spalle, mi gira di 180° e indica un uomo col mento.
Dall’altra parte della piscina, al centro di un gruppetto di sei sette persone, c’è lui, elegantissimo come sempre.
I nostri sguardi si incrociano, mi ha riconosciuta, “Come sei cresciuta” dice avvicinandosi verso di me. Dio com’è invecchiato, penso io. Ha i capelli brizzolati e gli occhi, spalancati per la sorpresa, sono segnati da occhiaie profonde, sembra anche più basso di quello che ricordavo, ma forse sono i tacchi. Mentre sta per dirmi qualcosa un altro gruppo di persone lo blocca.
Io tornò a girarmi verso Rino e dico “Ho freddo, rientriamo?”.
“Come vuole lei madamoiselle” fa lui istrionico porgendomi il braccio.
Con la coda nell’occhio vedo che mi sta guardando, non mi stacca gli occhi di dosso fino a che non sono dentro.
“Impressione?” chiede Rino.
“Deludente” faccio lapidaria.
“Ma come!” dice lui “Gallina vecchia non fa buon brodo?”.
“E dalle co' ‘sti proverbi!” sbuffo io, “anche prima, nonna…”
“I pregi di una famiglia sono i difetti di un’altra” fa lui sardonico.
A braccetto ci avvicinammo agli altri che, come sempre succede, in principio si erano dispersi in varie direzioni ma appena a metà serata sono già irrimediabilmente compattati attorno alla nonna, seduta in poltrona. Hanno letteralmente occupato una parte del gigantesco salone, rendendola immediatamente la più chiassosa.
“Hai visto il vestito di Rossella?” mi domanda Anna appena sono a portata d’orecchio.
“Rossella? E chi è?” rispondo distratta.
“Finito di confabulare con mio marito?” mi aggredisce Rebecca impedendomi di capire chi diavolo è Rossella.
“Parlavamo di me, stai tranquilla” dico io conciliante, cercando di raggiungere mio fratello che si strafoca su un piatto stracolmo.
“Perché non vai a ballare col figlio del prefetto?” mi incita nonna, cercando di superare tutte le altre voci.
“Sempre i soliti discorsi!” s’intromette mia madre infastidita dalle premeditazioni di nonna.
“Tanto ballo con chi dico io” rispondo guardandomi intorno “sono io il capo adesso”. Mia madre mi guarda senza capire, mio fratello fa spallucce, io scandaglio la sala in cerca della prossima distrazione in grado di farmi passare in fretta la serata.

venerdì 30 novembre 2007

Aylynn

Questo può sembrare il racconto di un viaggio, in realtà è l’incredibile storia di come Aylynn sia il mio alter-ego quando divento troppo buffa per essere vera.

Sono partita il 12 Agosto, come al solito all’ultimo momento, col progetto di arrivare dritta fino a Parigi e raggiungere poi Ste e Manu che facevano l’erasmus lì.
Io volevo assolutamente passare per la Bretagna, magari arrivare fino a Brest la rocciosa, in cerca di streghe celtiche e cerchi magici.
Il treno per la capitale francese viaggiava di notte. Sistemo quattro sediolini stesi a mo’ di letto a una piazza e mezzo poi cerco di chiamare i miei amici, ma nessuno dei due risponde. Gli mando degli sms proponendo di raggiungermi in Bretagna tra 4-5 giorni. Poi mi addormento e faccio un sogno:
Sto guardando una discesa polverosa a picco sul mare, una specie di ripida Y capovolta. Nell’acqua c’è un’altalena costruita con travi di legno e dei bimbi ci giocano intorno. Musica di flauti in lontananza. Un grillo enorme salta davanti a me e io lo seguo. Quando mi fermo si ferma anche lui, gira la testa e mi guarda interrogativo. Mi aspetta. Poi si avvicina un tipo alto e dinoccolato con una mascherina da aviatore coi vetri a fondo di bottiglia, pelato e con ai lobi dei cerchi metallici del diametro di un paio di cm, come quelle tribù africane. E’ coperto di tatuaggi per metà del corpo ed è’ decisamente brutto. Dietro le lenti, però, ha uno sguardo dolce e amichevole. In ogni caso io mi fido. Si toglie un anello dall’orecchio e io gli infilo il dito nel lobo sbrindellato, rido e mi sento invincibile. Poi mi accorgo che in spiaggia ci sono Stefano e Manu che fanno il bagno e mi salutano con la mano.
Il gigante dice “Bene e Male non esistono in assoluto. Non perdere tempo cercando d’esser buona, cerca piuttosto di essere giusta”. Il grillo mi guarda e mi sorride.
Mi sveglio un po’ stranita nello scompartimento vuoto. “I sogni”, penso.
Accendo il cellulare e mi arriva un messaggino. I miei amici, appena sognati, mi rispondono. Si sono fatti contagiare dalla mia voglia d’avventura e mi mandano una frase oscura, quasi cifrata: “ci vediamo a Huelgoat l’8/8 alle 8”.
A Parigi mi fermo pochissimo. Seduta al tavolino di un bar faccio una veloce consultazione della cartina per vedere dov’è sto paesino. Scopro che è un bosco poco lontano da NOME. Ho circa cinque giorni per gironzolare prima e decido a grandi linee il percorso da fare. Inseguendo i ricordi di maria Antonietta di cui ho appena visto il film vado a VersaillesUel. La coda per entrare al palazzo, però, è infinita, ed io, insofferente, torno immediatamente in stazione e prendo un trenino diretto a Rambouillet. Arrivo lì che è ormai pomeriggio e mi fermo a mangiare in un parco con un laghetto dove ci sono due pesci enormi, pesci gatto credo, hanno entrambi i baffi. Lancio nell’acqua pezzi del panino e loro si fiondano alla velocità della luce. Se mettessi il dito a portata di bocca credo che me lo staccherebbero. Fantastico sulla possibilità di verificare la cosa ma mi fermo un attimo prima, come faccio quasi sempre quando sto per fare una cazzata.
Resto con il dito a pelo d’acqua e una sensazione d’irresponsabilità che non mi dispiace. Rifletto su come spesso basta un piccolo particolare per trasformare la cosa migliore di questo mondo in qualcosa di brutto o pericoloso. Io mi sento sempre vicinissima a questo confine.
Ho con me la tenda, ma a Chartres, che è lì vicino, dovrebbe esserci un ostello, ci arrivo in pullman che è quasi sera.
Vado a fare una passeggiata prima che diventi buio del tutto. Al centro del minuscolo paesello, di fronte alla cattedrale altissima, ho un lieve giramento di testa. Questa chiesa è antichissima, la struttura sembra una ragnatela. Io soffro della sindrome di Stendhal, che in pratica consiste nell’inebetimento di fronte alle opere d’arte. La prima volta successe durante una gita con la scuola. Rimasi quasi un’ora imbambolata davanti al Giudizio Universale, che era appena stato restaurato. Non mi ero accorta che gli altri proseguivano e all’appello in uscita non ero presente. Guardavo l’affresco come se fosse una moderna pubblicità subliminale sul bene e il male. L’azzurro del cielo, grattando via lo sporco di secoli, era brillante come se il colore non fosse ancora asciutto. L’affresco è in parte sul soffitto, costringe ad una posizione innaturale che fa girare la testa perché il sangue non circola e si schiacciano le cervicali. Io rimasi non so quanto tempo col naso in su, la testa leggera, dimenticandomi di tutto, persa nelle nuvole gonfie e nei corpicini ammassati, cercando qualcuno che mi somigliasse. Ero concentrata prevalentemente su inferno e purgatorio, il paradiso era troppo in alto. Un addetto al museo, avvertito dai miei compagni, mi trovò lì e mi riportò al pullman.
Davanti alla chiesa di Chartres mi succede di nuovo e resto a guardare imbambolata le vetrate colorate e trasparenti che la luce da fuori illumina come elettricità. Faccio resistenza allontanandomi camminando all’indietro e piano piano l’austera chiesa smette di avere potere su di me. Mi succede sempre ed è per questo che viaggio. Quando l’incantesimo è finito gironzolo per le vie antiche vicino al fiume. In un negozietto di souvenir compro un inutile scatola di pezzi di vetro, sembrano pietre preziose grezze e giganti.
Prossima tappa Orleans. La storia della pulzella mi ha sempre affascinato, Giovanna bruciata al rogo come una “strega”. Arrivo domenica che è tutto chiuso, per di più è ferragosto e ci sono i turisti. Prendo un treno che costeggia il primo tratto della Loira e mi fermo a Blois, dove monto la tenda in un campeggio stupendo. Lì c’è un castello fatto costruire da Caterina de’Medici, una delle donne più potenti della storia europea, fervente cattolica che conosceva il potere dei veleni, un'altra “strega”. Di fronte al suo castello c’è la casa del mago Hudinì, l’illusionista. Mentre sto lì, indecisa su quale delle due visitare, le sei finestre della casa del mago si spalancano contemporaneamente e sei gigantesche teste di drago sbucano fuori, come se volessero saltarmi addosso. Sobbalzo per lo spavento. Sono automi meccanici del XIX secolo, una casa-orologio.
Allontanandomi noto le code dei draghi, nella parte posteriore della casa, che sguisciano come serpenti luccicanti mentre rientrano nella tana. Alla fine dello show le finestre si richiudono da sole con un tonfo sordo, da casa dell’orrore. “Fenomenale” commento tra me e me.
In un turist point prendo i dépliant di tutti i castelli e ne scelgo uno che sembra quello della Bella Addormentata. All’interno c’è una stanza chiamata delle cinque regine, una di queste è Margherita di Valois, la regina poetessa.
Di fronte al letto a baldacchino c’è un arazzo con fauni silvestri. Uno su cui si fissa la mia attenzione ha in mano un flauto di legno e mi somiglia.
Nel pomeriggio mi avvicino alla costa bretone, il clima comincia a cambiare e l’aria è umida, l’oceano non è lontano.
Arrivo a Carnac stanca morta, mi fermo al primo spiazzo che trovo, vicino ad una spiaggia poco fuori dal paese. Monto la tenda e cerco di trovare per non so quanto tempo una posizione comoda prima di riuscire a chiudere occhio.
La mattina dopo mi sveglio più stanca di prima, esco per sgranchirmi le gambe e mi accorgo di un cartello che la sera prima non avevo visto:




ATTENZIONE
ZONA
INSALUBRE



Cerco di tranquillizzarmi pensando di aver dormito solo vicino a molta melma anche se la spiaggia non ha un aspetto invitante.
In quel momento mi accorgo di una musica che proviene da poco lontano. La conosco, ma non riesco a ricordare quando l’ho già sentita.
E’ un vecchio con un flauto di legno seduto su uno scoglio, in giro non c’è nessuno. Appena mi vede smette di suonare e mi dice qualcosa in una strana lingua, forse dialetto bretone.
Rispondo “Sorry, I don’t understand, non capisco”, ma il vecchio scuote la testa e ricomincia a suonare.
Mi do un pizzicotto sul braccio per assicurarmi di essere sveglia, alzo di nuovo lo sguardo ed il vecchio è scomparso. Sulla roccia però c’è il flauto.
Io non ho mai suonato uno strumento in vita mia ma questo è un regalo per me, ne sono sicura. E’ legno di palissandro e deve essere antichissimo.
Non so come faccio a sapere queste cose, ma istintivamente lo avvicino alle labbra e comincio a suonare; e bene, devo dire. M’interrompo di scatto, so a malapena il nome delle note e sono totalmente stonata. Che diavolo sta succedendo?
Torno di corsa alla tenda la smonto veloce e mi allontano da li. Trovo finalmente un campeggio e mi sistemo nella prima piazzola libera. Vado subito a fare una doccia che mi rilassa, però comincio ad annoiarmi di stare sola ed in più sono anche spaventata.
Dopo cena mi riaddormento di botto e dormo per quasi due giorni di filato.
Quando mi sveglio mi accorgo di essere stesa su un centimetro d’acqua. Il sacco a pelo è fradicio e la tuta che indosso zuppa. La tenda, evidentemente, non è antipioggia.
Cerco di evitare la broncopolmonite e recupero nello zaino dei vestiti asciutti, poi richiudo la tenda, con le mani tutte molli e raggrinzite. Ho perso il senso del tempo ma credo che il giorno dell’appuntamento con i miei amici sia oggi.
Voglio chiamarli, ma non riesco a trovare il cellulare che era nella tasca laterale della tenda.
Rifaccio tutti i movimenti a ritroso senza risultato, per terra c’è un lago di melma e non ho nessuna speranza di ritrovarlo. Sono completamente isolata ed ho perso i numeri di telefono, che tragedia! Pian piano, però, l’avvilimento si trasforma in una sensazione di libertà. Comincio ad intuire che le risposte ad alcuni dilemmi che mi attanagliano sono nascoste nelle cose che mi stanno succedendo, solo che io non le capisco ancora. Comunque mi decido a fuggire dal campeggio che oramai è diventato una piscina, con le tende e le roulotte che galleggiano a pelo d’acqua.
Controllo sulla cartina la strada per Huelgoat e prendo un pullman turistico che passa di là. L’umore durante il tragitto fa l’altalena tra euforia e terrore.
L’autista si ferma ai margini del bosco, mi scarica e prosegue. Un cartello di legno informa:



Qui vive Merlino
mago delle
trasformazioni





Mi fermo sotto una pensilina ed accendo il fornelletto a gas per fare un tè. C’è una strana aria intorno e per ingannare l’attesa e farmi coraggio, suono il flauto.
Ad un certo punto, dal profondo del bosco, sento una voce di un bambino.
Mi giro a rallentatore, i peli delle braccia si rizzano: ero convinta di essere sola, con me non è sceso nessuno e di quei due neanche l’ombra.
Mi viene incontro una figura magra e leggermente più bassa di me.
Non è affatto un bambino.
I capelli sono lunghi e sottili, gli occhi a mandorla leggermente laterali, gli zigomi appuntiti, la bocca larga e sorridente.
Io resto incantata a guardare quando un colpo di vento ci scompiglia i capelli e scopre le sue orecchie, leggermente a punta.
Mioddio un folletto!
“Aylynn, me ne dai un po’?” dice con tono squillante.
Allungo il braccio per porgerle la tazza, “Scotta” l’avverto.
“Sei venuta all’appuntamento!” esclama l’esserino con voce ambigua. Mi guarda con fare di sfida, nei suoi occhi c’è uno sbrilluccichio divertito.
Come fa a sapere dell’appuntamento?
“Ti stavo aspettando” aggiunge misterioso.
Le nostre dita si sfiorano e mi ricordo all’improvviso il grillo del sogno, poi il fauno sul letto di Margot. Entrambi sono simili alla faccia che mi è di fronte, e devo dire che mi somiglia. Anzi, è identica! Ha anche un flauto uguale al mio, che regge nella mano sinistra.
Sembra di stare allo specchio.
Sorrido, “l’appuntamento eri tu?” domando incongruente.
“Il gigante ha ragione” mi dice, “Non pensare troppo, ascolta tutti, ma decidi da sola e sii sempre te stessa”, poi mi propone “Suoniamo?”.
Annuisco, contenta di mettere alla prova il mio talento appena nato.
Duettiamo nel bosco, come se fossi anch’io una ninfetta che abita lì. Dopo un po’, la mia copia fatata dice “Adesso dammi il regalo”.
Io ho solo un attimo d’imbarazzo, poi recupero dallo zaino le pietre colorate prese a Chartres e gliele do.
“Bellissime” mi dice sognante, “Ma ora devo andare, i miei amici mi stanno aspettando e i tuoi aspettano te”.
Sorride allontanandosi e “Non mi dimenticare” sussurra, prima di sparire nel bosco.

domenica 25 novembre 2007

L'ermafrodito

Lo conobbi d’estate. Lo notai perché mi somigliava; mi faceva pensare all’ermafrodito.L’archetipo del mostro mitologico, diviso in due perché troppo potente, mi ha sempre affascinato. Era diventato pure l’argomento della mia tesi, dal titolo “Maschile, femminile e neutro nel romanzo barocco veneziano di Giuseppe Marini Il Calloandro fedele”.I due protagonisti, Calloandro e la speculare Leonilda, sono eroi duplici, in continua trasformazione, molto annoiati dai cliché di corte.L’intreccio è ingarbugliato, si perde il filo, i maschi si travestono da femmine e viceversa, in una confusa escalation di scambi di ruolo. Nel labirintico romanzo i due si guardano, s’innamorano e si perdono. Dopo rocambolesche peripezie si rincontrano per caso a una giostra, lei indossa un'armatura che non è la sua, lui pure: non si riconoscono. Si fronteggiano, combattono e per poco non s’ammazzano.Il duello simboleggia il pericolo che scaturisce dall’unione delle due metà del prodigioso essere; avevo quasi convinto pure la mia relatrice. I poveri e inconsapevoli innamorati sono parti dello stesso tutto, gemelli siamesi divisi alla nascita, alla perenne ricerca l’uno dell’altra; devono lottare contro la passione, freudianamente parlando contro l’ES, e quindi contro loro stessi, per potersi finalmente ricongiungere. Avrei voluto gridargli “Scopate invece di combattere!”Lui era sicuro di avermi già incontrata, forse a qualche festino, quasi sicuramente sotto l’effetto di una massiccia dose di qualcosa, molto probabilmente pillolette con cuoricini fucsia stampigliati su.“Considerando il mio grado di entropia”, gli risposi citando seria la definizione dell’elettrone attorno al nucleo , “è improbabile, ma non impossibile”. Lui rise in un certo modo, e io pensai “omosessuale”, poi sperai “magari è bi”; l’idea che fosse un semplice etero non mi sfiorò minimamente. Invece dell’armatura, aveva una cinta a placche metalliche zeppa di strass, con un cuore rosso e la scritta I’m sexy di paillettes dorate, che io trovavo orribilmente bella e volevo assolutamente farmi regalare. Era scomposto come un bambino viziato, un dandy, anche se mi accorsi subito che la sua cultura era decisamente pop (nel senso di popular).Aveva una faccia che si poteva felicemente definire da schiaffi, e mai espressione sarebbe risultata più adatta.Mi accorsi subito che l’amica che era con lui mi fissava infastidita.Ci ritrovammo tutti a ballare in un bar sulla spiaggia, e quella che inizialmente era niente altro che una semplice sensazione si rivelò esattamente la pura verità: la donna ci controllava a vista. Lui continuò a non farsi grossi scrupoli, mi guardava di sottecchi e cercava di starmi il più vicino possibile. Quando riusciva a sfuggire la vigilanza ne approfittava per accarezzarmi il collo, mi passava le dita fredde di ghiaccio sulla schiena sudata e poi tornava veloce a concentrarsi sul bicchiere che aveva in mano.Io rabbrividivo di piacere, ma valutando la maggiore massa corporea dell’altra, cercai di allontanarlo rifilandogli di nascosto una serie di pizzicotti.Il tentativo non lo allontanò affatto anzi, sembrò divertirlo. Un paio furono forti come morsi, ma il signorino non fece una piega e rimase nei paraggi.Mi guardai le dita indolenzite e mi accorsi che sotto le unghia c’era del sangue. Alzai gli occhi su di lui e, per un attimo, intravidi la punta lucida e brillante della lingua che gli saettava tra i denti bianchi, come quella di un serpente.Gli piaceva, allo stronzo, e quando lo capì ebbi un lieve giramento di testa.Il mattino seguente, con un'espressione finto-colpevole, un bambino sorpreso con le mani nella marmellata, mi consegnò la cinta, ridotta in sei sette piccoli pezzi.Passai il resto della giornata sempre in compagnia di qualcuno.Lui era in fibrillazione, ma la sua volontà era pari a zero e allontanare il mastino da guardia che si portava dietro come marchio d’infamia non era qualcosa che io volevo o anche solo sarei stata in grado di fare.Venni a sapere che lei non beveva né fumava mai troppo, per non distrarsi e rischiare di perderselo per strada, che aveva più volte malmenato persone e, in definitiva, non aveva un buon carattere.Io faticavo a esercitare il dominio su me stessa, figuriamoci su un altro essere umano.L’infame schiavetto se ne stava tutto il tempo fermo e docile sotto l’ombrellone, legato a un’immaginaria corda lunga non più di una decina di metri. Appena lei si distraeva, però, mi cercava come una droga. Non riusciva a trattenersi; l’idea di un passaggio di mano, una prospettiva nuova e sconosciuta, che lo avrebbe liberato e immediatamente dopo incatenato a un giogo diverso, e quindi più desiderabile, non lo faceva stare nella pelle.Con me non ci aveva mai veramente provato, forse neanche ci sarebbe riuscito, ma aveva imparato a soddisfare le donne senza doverle necessariamente scopare, e scommetto che conosceva altrettanto bene i modi per allettare gli uomini. Con entrambi applicava lo stesso sottile ricatto.Una sera, lucida come un’antropologa che studia la natura umana, gli procurai un graffio lungo e profondo sulla parte destra del torace; fu l’unica volta che gli venne veramente duro.Il giorno dopo il segno rosso faceva bella mostra di sé sul suo petto abbronzato e implume, sembrava un punto esclamativo tremolante e sghimbescio. Passandosi le dita sulla ferita che andava rimarginandosi, lui mi disse con aria sognante “A contatto col mare brucia un casino”. La sua donna, poco lontano, mi guardava con odio. Mi prese un'ansia da giustizia universale e, in una specie di confronto alla mezzogiorno di fuoco, la affrontai, “Perché continui a starci insieme?” le chiesi, rendendomi perfettamente conto che era la domanda più stupida che potessi fare.“Cosa?” sbottò lei infuriata; tutto si aspettava fuorché quel mio tono partecipativo, “Lasciaci in pace” continuò bypassando la mia domanda senza sforzarsi neanche per un secondo di capire.“Cosa?” feci io a mia volta visto che, va bene tutto, ma fino a prova contraria era lui che, a una certa ora della notte, veniva a cercarmi come un cagnolino sbavettante; provai a spiegarglielo, “Guarda che è lui che…”“Lo so ma tu la devi smettere” disse la Kapò senza farmi finire, “sei uguale a lui” continuò con la rabbia che le montava sulla faccia “cattiva e malata”.Lui, protetto dietro le sue spalle, mi guardava adorante. “Ma guardati tu, piuttosto” sbottai fremente, “e non mi dire che è la prima volta perché non ci credo, lo farebbe con chiunque, per lui è un gioco, non lo capisci?”, insistevo per nessun motivo in particolare, solo per avere ragione, forse, “tanto io non lo voglio” continuai sprezzante “ho provato a mandarlo via, ma torna sempre” dissi, con la consapevolezza istantanea che la compagnia malsana cominciava a dare già i suoi frutti bacati.Due lacrimoni le spuntarono inaspettatamente dagli occhi iniettati di sangue, sembrava che parlasse di una povera vittima nelle grinfie malefiche di una mantide tentacolare, “Per farlo smettere non devi fare così…” piagnucolò isterica.“Vuoi darmi tu qualche consiglio? Ci sei riuscita così bene…” risposi insolente, cercando di fargli paura e ritagliandomi la possibilità di andar via in posizione eretta.Mi sembrava di avere davanti un bulldog pronto a saltarmi alla gola, avevo paura a voltarle le spalle, lanciavo veloci occhiate laterali per vedere se arrivava qualcuno, “Te lo puoi tenere” le dissi con l’aria di farle una concessione, mentre mi allontanavo camminando all’indietro come al cospetto di un cardinale.Partì il giorno seguente; lui, vedendomi andar via, guaì come un piccolo cucciolo abbandonato.

Per un attimo

  • In : rivista "Inchiostro" 2004
    Allineo, chiudo, “Premi start” dico. Lui preme e io aspetto… rrrrrrrrrrrrrr fa lo scanner. “Fatto” dice. Riapro, verifico, “Ok, passamene un’altra”. Riallineo, chiudo, “Premi”. Lui preme. Aspetto… rrrrrrrrrrr, aspetto… sono ore che lo stiamo facendo. Sul letto c’è n’è ancora un quantitativo impressionante, dentro quelle scatole di latta, quelle dove prima si tenevano i biscotti. Io abbastanza funzionale, ma essenzialmente controvoglia, gli sto facendo un favore e voglio che sia ben chiaro, lui ridotto all’ubbidienza verso di me, forse per la prima volta nella vita. Con la tecnologia ha ancora qualche problema. Col cellulare ad esempio. Lo tiene sempre nel borsello e non lo sente mai. È praticamente inutile che lo porti con sé. Quelle rare volte che risponde poi, anche se legge sul display che sono io, sua figlia, ha sempre un tono serioso, impacciato, come se parlare attraverso quell’aggeggio senza fili gli sembrasse strano, dopotutto. Per questo lo aiuto.Ovviamente ci siamo piuttosto stupiti quando, da un giorno all’altro, quasi a voler fornire la prova della sua buona volontà, si è comprato di tutto: videoregistratore con lettore DVD (con la modifica per leggere i cd dei marocchini), Play Station con gioco di vela per regate immaginarie (ma più che altro per attirare mio fratello e fargli passare più tempo a casa sua), computer pentium 4 con masterizzatore DVD (avendo ormai comprato il videoregistratore/lettore) con annessa stampante Epson a colori e l’altro ieri, per concludere, uno scanner. “Che cazzo se ne farà mai dello scanner” si è chiesto serafico mio fratello quando gliel’ho detto. Ricostruire il passato. Ecco cosa. E io lo sto aiutando. Precisamente quel genere di attività che tanto ama fare una figlia col proprio padre.Ci sono individui che impazziscono per cose di questo tipo, passare su videocassetta tutti i vecchi filmini delle vacanze, sfogliare album con intere generazioni di bambini in grembiule, centinaia e centinaia delle più diverse fasce d’età, tutti coi collettini bianchi e le espressioni buffe, raggruppati in gruppi di venti o trenta, con la maestra seduta davanti o di fianco, quasi sempre con un vestito a fiori e una pettinatura gonfia.Tutto a un tratto si è messo in testa di farlo anche lui. Vuole acquisire sul suo pc nuovo di zecca tutte le foto e le diapositive che ha fatto “Perché tanto ormai chi le vede più le dia… una volta sì, una volta si faceva…”. Intende quand’era giovane. Per un momento me lo immagino seduto al buio sul tappeto del salotto, insieme coi suoi amici. Annamaria con la fila in mezzo e la minigonna, come al solito, Saverio, con ancora i capelli sulla testa, Fulvio con la sempiterna Lucky Strike senza filtro tra le dita (adesso è in Brasile, l’unico che in qualche modo vive da ex sessantottino), la buonanima di Rosaria, poverina, quanto le volevo bene, mi aveva regalato un trenino che suonava i dischi mentre camminava di cui io ero letteralmente terrorizzata; un po’ in disparte mamma, bellissima, che ammicca all’obiettivo della mia fotografia mentale. Tutti insieme a guardare sul muro le immagini dell’ultimo viaggio in Turchia, Iugoslavia, o qualche altro posto che si portava in quegli anni, magari passandosi una canna. Lui era bravo, aveva una Canon nera con teleobiettivo e rullini tassativamente bianco e nero, anche dopo il colore. All’inizio le sviluppava da solo, in un bugigattolo trasformato in camera oscura in cui a stento ci si muoveva. Poi ha smesso di svilupparle, dopo un po’ di farle, alla fine anche di guardarle.Allineo, chiudo, “Premi”. Lui preme. Aspetto… rrrrrrrrrrr aspetto… Fatto. Riapro, controllo. Sto scannerizzando il passato dalle dieci di stamattina e davanti agli occhi, senza soluzione di continuità, mi sono passati: il castello mezzo diroccato di Santa Maria, con la spiaggia semivuota come solo negli anni Cinquanta poteva essere; mia nonna con i capelli nerissimi che sembrano pece, tiene in braccio un bambino piccolo, il suo figliolino morto di tubercolosi; il padre di mio padre, che io neanche me lo ricordo ma dalla faccia mi sarebbe piaciuto poterlo sfruttare un po’, come nonno; mio padre, con i pantaloncini alla zuava, magro e nero come una stecca di liquirizia, poi grande, con la divisa del militare e il cappello a bustina; mia madre, una ragazza carina col mento appuntito, con un vestito con le rouches che le aveva fatto mia nonna; una donna berbera col cerchio rosso sulla fronte e un bambino in braccio, avvolto in uno scialle bianco. Non ci sono foto del matrimonio. Mio padre, dopo la separazione, in un impeto di stupida vendetta, le ha strappate tutte. Credo si sia pentito, anche se non ce lo ha mai confessato. Forse è per questo che si fa tutto ‘sto sbattimento, per espiare. O per sicurezza, dovesse capitargli un altro momento no…Lui ogni tanto commenta qualche foto, dice qualcosa, “Ma non è che tutte ‘ste onde fanno male?”. Io lo guardo quando so che non mi sta guardando. Vorrei finire il prima possibile, le dita cominciano a essere grigie per la polvere e alcune foto sono così consumate che bisogna stare attenti ai bordi. Un’emeroteca casalinga con morti e feriti, facce conosciute cambiate col tempo. Sto per raggiungere il limite massimo di condiscendenza e si avvicina anche l’ora di cena, mio padre va in cucina e torna con un bicchierino di limoncello, “Vuoi qualcosa da bere?” mi chiede. Tra meno di un paio d’ore sarà un po’ malinconico e un po’ ubriaco, metterà su un disco di Bob Dylan o James Brown e riguarderà il risultato del nostro lavoro. Probabilmente sarà felice, per un attimo.“Io tra un po’ vado” dico timida, sperando di non ferirlo.“Ok”, fa sbrigativo “facciamo questa e poi basta”. Mi passa un ultimo cartoncino, una delle poche foto a colori. Siamo io e lui sul balcone della casa vecchia. Io avrò sì e no cinque anni, un pulloverino rosso e un cappello in testa dello stesso colore. Abbiamo le facce tutte pitturate, lui mi aveva disegnato le schiocche rosse col rossetto e le sopracciglia da clown, io gli avevo fatto una serie di segni neri e irrazionali sulla faccia. Guardo la foto e per un attimo penso che forse volevo disegnargli un teschio in faccia, perché assomiglia a quello, poi mi sento in colpa per il pensiero macabro. “Com’ero piccola” dico allineando la foto al contrario sullo scanner. Chiudo, “Premi” dico. Aspetto… rrrrrrrrrrrrrrr, aspetto. Pixel dopo pixel io e lui compariamo sullo schermo. Nascosta dietro le sue spalle mi commuovo e, per un attimo, sono felice.

giovedì 11 ottobre 2007

Castano caldo intenso

In: "Io allo specchio" sperling & kupfer 2006

Tagliarsi i capelli, cambiargli il colore, aveva per lei, come per tutte le donne, una funzione ben precisa. Costituiva una sorta di avvertimento, come dire chi vuol capire… . Non tutti lo facevano.
Le succedeva sistematicamente ad ogni turnover di fidanzato. Uno la preferiva fatale e lei se li faceva crescere. Dopo un po’ si stufava e se li tagliava cortissimi.
Un giorno, per esempio, si mise con Toni, che l’aveva notata proprio per i capelli corti, ma dopo un po’ fece l’errore di mostrargli una sua foto di quando ce li aveva lunghi, “Eri più bella prima” disse lui. Lei pianse e desiderò non averlo mai fatto, ma non si sarebbe lasciata col precedente, se non lo avesse fatto, e non lo avrebbe conosciuto. Cominciò a farseli ricrescere ma quando tornarono di una lunghezza decente Toni ero già bello e dimenticato, senza mai aver avuto il piacere di cavalcarla tenendola per la coda.
Seguì un periodo di profonda contestazione con l’universo tutto che la portò al gesto estremo della macchinetta. Dopo, le ricrebbero con la riga dal lato sbagliato, per colpa di una vertigine che aveva sulla fronte, e lei neanche immaginava che ci fosse un verso “da donna” e uno no.
Raggiunse il massimo storico col più lungo rapporto della sua vita (due anni e tre mesi). Finì anche quello e, di nuovo a nuca scoperta, preferì per un po’ rapporti sporadici.
Negli intervalli tra uno e l’altro se li colorava; il più frequente, quello che resisteva più a lungo, era il rosso, in variazioni che andavano dal pompeiano alla tonalità menopausa (come la chiamava il padre), passando per un bordò rosso-violaceo. Schiariva e scuriva a secondo degli umori; una volta, per sbaglio, se li ritrovò neri corvini, lucidi lucidi da sembrare una parrucca.
Un periodo si faceva portare, da chiunque andasse a Londra, il Poppyred, introvabile in Italia, un fantastico gel (viola e blu cobalto possibilmente), che colorava qualsiasi elemento, solido o liquido che fosse, in un modo istantaneo e persistente. Lei si faceva questi esperimenti che duravano poche settimane e poi viravano in un argento giallastro orribile, a strisce.
Quando conobbe Francesca la ciclicità di colorazioni e ricrescite le aveva lasciato sulla testa delle bande orizzontali di vario spessore, che facevano invidia alle rocce arenarie più antiche del mondo, la cui età si calcola appunti in base alle stratificazione di materiali diversi, “Io penso che staresti benissimo con il tuo colore naturale” disse la nuova amica.
Pochi mesi dopo presero casa insieme e lei, prima grazie ad uno sciampo castano caldo intenso, poi senza bisogno di altro, tornò di un bel marrone scuro, il suo.
“Che ti avevo detto?” le diceva Francesca passandole le dita tra i capelli.

domenica 7 ottobre 2007

Giorno senza tempo

Devo essermi addormentata intorno alle quattro del mattino ma mi sveglio presto, come al solito.Non sono a casa mia, strano.Non riconoscere un posto appena svegli è una sensazione frequente, ma in questo caso proprio non sono nel mio letto.Resto un po' indecisa sul da farsi. Normalmente, dopo vari stiracchiamenti, mi sento costretta a lasciare che la giornata cominci. Di solito, insieme alla coscienza, arriva anche l'ansia: devo alzarmi, muovermi.In questo letto caldo però si sta bene. Mi muovo e sento sulla mia pelle, leggermente sudata, un'altra più fresca; non sono sola.Lui dorme ancora, pacifico.I miei pensieri cominciano a rumoreggiare e distraggono un po' il suo sonno, lui si gira e mi abbraccia, mi tira con la gamba destra sotto di sé e si abbandona a peso morto.Non sopporto rimanere a letto quando ormai sono sveglia, ma mi sento dominata dalla volontà che anche dormendo quest'uomo esercita su di me. La accetto in modo totalmente incondizionato: non mi posso muovere o rischio di svegliarlo.Un po' di voglia di interrompere il suo sonno e sostituirlo con le mie chiacchiere ce l'ho, ma subito cambio idea. Chissà che sensazione gli farebbero, di prima mattina, le mie elucubrazioni. Lo sfioro e mi accorgo che ha una lieve erezione.Mi immobilizzo, accoccolata sotto di lui, cercando di non respirare forte.Da fuori filtra un po' di luce.Cerco di scivolare di nuovo nel torpore del sonno ma ho caldo e devo fare pipì. Resisto.Stare nascosta qui mi piace, anche se gli equilibri precari della mia vita si ripresenteranno a breve, puntuali. Mi assalgono pensieri di problemi assurdi, alcuni me l'invento di sana pianta. Dormire. Lo desidero tanto, ma non ci riesco, mi mette in stato d'agitazione. Avrei voglia di accarezzarlo, ma non voglio assolutamente che si svegli.Lui è un buon esempio di rilassatezza. Mi fa impazzire, io sono sempre sul chi va là, mi controllo di continuo, forse per paura di scapparmi via.Basta, mi alzo.I piedi, a contatto col pavimento freddo, mi si ghiacciano in due secondi. Apro piano la porta di questo nido surriscaldato che odora di notte e la richiudo dietro di me, cercando di fare meno rumore possibile.La cucina sembra invasa di luce, rispetto al buio che c'è di là.Vado in bagno e mi siedo sulla tazza del cesso con le gambe penzoloni, guardo la porta che non si chiude bene.Ho la bocca secca e le gambe intorpidite, ieri troppo vino e.All'improvviso tutto mi risale in mente, poi mi va nella pancia.“Che meraviglia” mi dico, ripassando a memoria un paio di minuti.Mi guardo allo specchio, ho qualche livido e un po' di sperma si è seccato sulla pancia; lo gratto via con l'unghia.Resto sotto la doccia almeno venti minuti, riempio il bagnetto di fumo e condensa, mi asciugo, non trovo il phon, mi sembra così strano essere qui.Resto in giro perplessa, con i capelli bagnati mi viene subito freddo, non so bene che ho voglia di fare. Quasi quasi vado via, tanto lui dorme.Schiaccio il naso contro la finestra, freddo umido per niente invitante, il clima di questa città non aiuta la mia cronica indecisione.Faccio un tè, scelgo qualche fumetto tra quelli sparsi in giro, metto una X su quelle due o tre cose che potrei/dovrei fare e scappo di nuovo a letto.Non voglio che oggi cominci.La luce che entra dalla finestra è troppo lieve per leggere, io non mi azzardo ad accendere quella in camera.Guardo ogni tanto i capelli chiari e sottili che spuntano dalle lenzuola. Quest'uomo ha un sonno profondissimo, mi affascina, è pieno di movimenti e suoni; sogna tanto. Ieri sera prima di addormentarsi ha fatto dei piccoli scatti, come se i muscoli perdessero forza, poi è diventato più freddo.Fuori, rumori della città in movimento; dentro tutto fermo, senza tempo.Appoggio la tazza per terra e scivolo lentamente nel dormiveglia.Quando riapro gli occhi, siamo ancora più intrecciati, gambe e braccia.Mi viene di nuovo voglia.Controllo l'ora sul display verde del videoregistratore, le due passate. Titubante gli sfioro le labbra semiaperte.Lui riemerge dal letargo.“Ciao bambolina” mi dice.Sorrido, il biondo e l'azzurro mi invadono gli occhi.Sono contenta di aver resistito all'istinto di andare via prima che si svegliasse.Vicinissimi, occhi negli occhi, lascio che la mia bocca un po' gonfia si deformi nella sua; solletico di baffi.Faccio scorrere una mano nel caldo del letto, tutto è come l'ho lasciato. Cominciamo piano ad accarezzarci.Penso alle persone fuori, a lavoro da ore, e noi ci rotoliamo nelle lenzuola. Quasi quasi mi vergogno.Mi viene in bocca e sulla faccia, “Brava bimba mia”, dice.Mi abbraccia, con un fazzoletto bagnato mi toglie tutto l'umido che ho addosso e mi trascina sotto le coperte, mi accarezza i capelli.Sento che potrei addormentarmi di nuovo.Posso?Davvero?Mi innervosisco, muovo le gambe, non so se ci riesco.“Dormi un altro po'”, dice lui con la voce già di sonno, infatti si riaddormenta subito.Se potessi riposarmi anch'io così, svegliarmi lenta e stupita, caduta sul letto da chissà che posti.Sospiro, non c'è più granché da fare, la giornata è quasi andata, devo convincermi di questo, magari riuscire a esserne contenta.Invece sono impaziente.Faccio per alzarmi, lui mugugna qualcosa, forse “Dove vai”, poi più chiaramente, “Ho fame”.Sorrido di nuovo. Ha ragione, anch'io ho fame.Mentre mi faccio la seconda doccia lui prepara la colazione, si è offerto, dice che vuole cucinare per me, nutrirmi.La pausa pranzo in realtà è finita da un pezzo, ma almeno così torno un po' in ordine con le azioni della giornata e non mi preoccupo troppo.A lui gli salta un appuntamento in serata, sono felice o no?Non so decidere.“Fa' una canna, va”, dice un po' scazzato ma sorridente.Non lo conosco bene, non mi sembra da lui, ma mi piace, è proprio quello che ci vuole.Chiacchieriamo, come fossimo tra il primo e il secondo tempo di un film.È andata finalmente.Questa giornata non è cominciata affatto.La luce diminuisce. Tra un po' sarà ancora notte.Noi torniamo a letto.

venerdì 5 ottobre 2007

Black out

In: rivista inchiostro 2005

La corrente è saltata proprio all’inizio del secondo tempo.
L’immagine sullo schermo ha tremolato un po’, si è sgranata e poi è sparita del tutto.
Giada ha emesso uno strilletto ridicolo, come se qualcuno avesse aperto la porta del bagno mentre lei era seduta al cesso. Poi, nel buio, hanno gridato tutti.
“Non voglio morire in un attentato” ho pensato, “Non voglio” ho mormorato tra gli strilli. Mi ha preso un attimo di rabbia irrazionale e indistinta contro Bin Laden, Bush, tutta la categoria dei kamikaze, la guerra, la sfottuta società, il mondo intero. “Non me ne importa niente” ho pensato, “Non voglio morire per colpa loro”.
L’aereo ha perso quota, come se una gigantesca mano, Dio? Il Fato? la Sfiga?, ci premesse dall’alto. La pressione mi è scoppiata nelle orecchie come una bolla di sapone, ho digrignato i denti cercando di fare una compressione di resistenza tra naso e gola ed ho avvertito uno strano dolore nella mascella irrigidita. Un leggero ronzio interno ha preso il sopravvento su strilli pianti e imprecazioni generali, avvolgendomi tutta.
Giada era accucciata nel suo posto, sembrava piccola e indifesa e per lo meno non gridava presa dal panico come tutti gli altri. Piangeva in silenzio. Ho apprezzato la dignità del suo terrore stranamente taciturno, come il mio.
“E’ la fine” mi sono detta.
A un certo punto le ho preso la mano e gliel’ho stretta. Mi sono stupita di me stessa, se non fossi stata in questa situazione niente e nessuno mi avrebbe convinto a fare una cosa del genere. E’ la classica buona azione che non farei mai, prendere la mano di un’estranea per darle conforto. Mi è sembrato un gesto falso e meschino, ma l’ho fatto lo stesso, provando una specie di ribrezzo per me stessa, come se avessi avallato un sentimento puerile, una reazione stupida. Lo facevo più per lei che per me e questo, anche se non volevo, ci avrebbe legato per sempre, “Che importa”, ho pensato “sto morendo”.

L’oscuro presagio provato all’imbarco non era stata una semplice paranoia della mia mente. Se l’uomo fosse stato progettato per volare avrei avuto un paio d’alette trasparenti dietro la schiena avevo pensato mentre salivo la scala del gigantesco mostro. Mi sosterrete fin lì? domandavo guardando gli alettoni intensamente, scalino dopo scalino.
Il comandante, all’entrata, mi ha sorriso incoraggiante e sicuro ed io ho ricambiato con una smorfia.
Il posto era vicino al finestrino. Avrei preferito corridoio, per non dover guardare fuori.
Dal momento che quello accanto a me era vuoto ho chiesto a una hostess se potevo cambiare, “Mi scusi” ho detto alla prima che mi è passata vicino, indicando la poltrona vuota, “Posso sedermi qui?”.
Mi ha guardato come se non capisse.
Vergognandomi un po’ ho cercato di spiegare “…è che…non vorrei stare vicino al finestrino”. Lo so che è ridicolo, ma ci ho provato lo stesso.
“Questo è prenotato” fa lei con un’aria divertita. Gli avrei voluto togliere quello stupido sorriso a furia di schiaffi, fino ad arrossargli la faccia pallida, da nordica che non vede il sole da anni, e quando lo incontra diventa del colore dei maialini da latte.
“Doveva chiederlo quando ha fatto il biglietto” infierisce lei.
Mi sono stretta la cintura fin quasi a non respirare, prima ancora che lo dicesse la voce. Poi l’ho allentata un po’ perché mi bucava la pancia borbottante.
Una donna piccolina, di mezza età, con un tailleur color malva, è arrivata tutta trafelata. Io ho tolto il cappotto che avevo poggiato al suo posto. Lei mi ha ringraziato, ha aggiunto “Scusami” come se fosse colpa sua.
Due assistenti di volo hanno cominciato a fare quelle mosse ridicole per indicare l’uscita di sicurezza, la posizione dei giubbotti, l’uso delle mascherine.
Davanti agli occhi mi è arrivata la fotografia di corpi spappolati tra i rottami, una scarpa abbandonata per terra, vestiti bruciacchiati, come ogni disastro aereo che si rispetti, “Smettila” mi sono detta.
Dietro una tendina, infondo, qualcuno apriva e chiudeva sportelli per rifornire il carrello di succhi the caffè.
“Va in vacanza?” mi ha domandato la vicina interrompendo le mie macabre visioni, mentre si sistemava nella poltroncina stretta dei voli economici.
Non avevo voglia di rispondere e ho solo annuito col capo.
“Io invece vado a trovare mio figlio” mi ha informato ciarliera, “Vive lì per lavoro, ha avuto un bambino”, era contenta, si vedeva.
“Ah si?” ho detto con aria distratta, desiderando ardentemente che stesse zitta.
“Si si” ha continuato lei entusiasta “In realtà una bimba, si chiama Giada, come me!” ha specificato orgogliosa. Aveva una voce sottile e squillante, come il riflesso del sole sulla carlinga.
Io, il mio nome, non gliel’ho detto. La signora Giada voleva parlare e a meno che non le avessi espressamente chiesto di star zitta, a rischio di sembrare maleducata, me la sarei dovuta sorbire per tutto il viaggio, quindi ho pensato di non darle corda. Ho pensato “Non diventerò mai così” e un attimo dopo “Così come?”.
“Sei sola?” ha chiesto lei incuriosita e materna.
“Mi aspettano” ho mormorato laconica. Il mio ragazzo era lì per lavoro, in un villaggio turistico, ma non avevo voglia di stare a dirlo a una perfetta sconosciuta.
La voce del comandante ci ha avvertito che non c’erano perturbazioni sulla nostra tratta e ci ha augurato un buon volo.
Quando è iniziato il film ho fatto finta di volerlo guardare, sperando che questo bastasse a farle capire che non avevo voglia di chiacchiere di circostanza.
Poi è cominciato l’incubo.
Giada, quando le ho preso la mano, mi ha guardato ed io ho pensato alla sua nipotina, l’ho immaginata bionda come lei, con un espressione furbetta, bellissima.
L’idea di avere un bambino non mi aveva mai sfiorato la mente, invece lei aveva addirittura una nipotina, anche se non l’avrebbe mai vista.
Poi, vai a spiegare perché, nel panico generale ho pensato a Luca, il fidanzatino che avevo al liceo, “Che fine avrà fatto” mi sono domandata, ricordandomi quanto mi piaceva. Ho capito in quel momento che non ci volevo andare, in Egitto, i villaggi vacanza mi fanno schifo. Invece avrei voluto cercare Luca, dirgli quanto mi era piaciuto, sapere come stava adesso. Non mi ricordavo nemmeno il motivo per cui la nostra amicizia era finita. Ho immaginato il mio ragazzo che aspettava in un aeroporto egiziano un aereo che non sarebbe atterrato e mi è stato chiaro, come una folgorazione “Non voglio stare con lui. basta”.

Un attimo dopo l’aereo ha ripreso quota, le luci si sono riaccese, il film è ripartito come se qualcuno avesse tolto la pausa. Come se niente fosse.
Non so quanto è durato, tre secondi, dieci forse. Il tempo era una spugna gigante che continuava a trattenere i minuti.
Poi la voce del comandante disse attraverso i microfoni di stare tranquilli. Avevamo incontrato una perturbazione che probabilmente sarebbe aumentata, quindi avrebbe cominciato un inversione di rotta per tornare indietro. Il volo sarebbe stato posticipato.
Ho guardato le nostre mani intrecciate “Comunque io mi chiamo Simona” ho detto alla signora Giada, sorridendo.



(“Inchiostro”, Feb/Apr 2004)

martedì 2 ottobre 2007

Come un motore a scoppio

“Guarda che se partecipi le stracci tutte” disse Mara con aria assolutamente sicura e tono neutro, senza alcuna inflessione critica, anzi, cercando di nascondere il fatto che, sotto sotto, nell’intimo, non lo avrebbe mai ammesso apertamente con nessuno ma era così: li riteneva volgari.
Le dava fastidio un uomo, figuriamoci una donna.
“Sicuro che vinci, al cento per cento” l’assecondò Franca, “Ci devi andare assolutamente e poi te l’immagini quelle che si presenteranno? Tu ha stoffa, fidati”.
In effetti, la prima volta che Mara l’aveva sentita, fu quella discrepanza che più di tutto la colpì, più della forza modulata, più della roboante portata.
Era così carina, biondina, sottile e timidissima. Insospettabile insomma, una da twin set beige e ballerine, per capirci. Si chiamava pure Emy, un nome così dolce, era la contrazione di Emiliana e quando lei lo spiegava con la sua vocina sottile era adorabile. Eppure, eppure, Emy faceva dei rutti così paurosamente potenti, imponenti e rumorosi, che anche quando erano in casa solo loro tre, nonostante ormai sapesse che era lei l’artefice di quei tuoni, le veniva da esclamare“Che cazzo è?”. Non si capacitava “Ma se mangi le stesse cose nostre” diceva.
Emy sosteneva che fosse la gastrite, problema di cui Mara aveva sempre sofferto ma che non le aveva mai dato quel tipo di effetto. Diceva che non ci poteva fare niente, ma a Mara, che per ottenere qualche risultato decente doveva bere decilitri e decilitri di coca cola appena stappata, quelle dimostrazioni quasi virili di naturalezza gastrointestinale in un corpo così minimo sembrava una magia, e il leggero disgusto che provava ogni volta la faceva sentire borghese, “Ma come, non sai ruttare?, poverina, è una tale liberazione…”.
Glielo avevano spiegato talmente tante volte “Fai un piccolo respiro, ingoia l’aria come se fosse un sorso d’acqua, spingi giù, blocca a metà sterno e con un colpo secco di glottide spara fuori” ma niente, le usciva solo un rumore provocato dallo sfregamento delle corde vocali, al massimo un conato di vomito.
Emy, invece, ruttava come il lavandino sgorgato con l’idraulico liquido, faceva paura, ogni volta Mara e Franca si guardavano stupefatte mentre lei diceva “Scusate, si è sentito molto?”.
Riusciva a cantare addirittura, solo cosette semplici però; raccontava orgogliosa che il padre, a Natale, glielo chiedeva sempre, e lei modulava il gingle di “Bauli ba ba ba bauli” a suon di rutti.
Mara, che a Natale al massimo aveva recitato qualche poesia, la guardava sempre stupefatta.
Poi venne fuori il concorso. Per sole donne.
“Guarda che si vincono soldi” stava dicendo Franca.
La gara ci sarebbe stata il giorno dopo, e tutte e due si erano messe nelle orecchie dalla settimana prima dicendo che doveva andarci assolutamente, che avrebbe vinto di sicuro e che sarebbe stato divertente. Mara su quest’ultimo punto non era tanto sicura, ma lo tenne per se.
“Però voi mi accompagnate” chiese con voce lamentosa Emy, cedendo.
Mara sospettava che avrebbe avuto qualche problema di adattamento in quel festival di rutti, ma non disse niente.
Il giorno dopo si prepararono, Emy si vestì particolarmente carina, Franca comprò una dozzina di lattine di birra per preparare la concorrente e tutte tre si sistemarono in macchina. Arrivarono lì che Emy era ormai alla quinta lattina, carica come un motore a scoppio. Entrarono. Una specie di bolgia dantesca, magliette dei Mothored e bandiere americane ovunque, gli occhi di un centinaio di donne coi chiodi neri e le code tirate si girarono a guardarle. Un piccolo palco infondo aspettava le candidate.
Avanzarono di pochi passi sotto gli sguardi non proprio amichevoli e in quel momento Emy esplose, non riuscendo a tenersi.
Il suono durò buoni dieci secondi e rimbombò nel grande spazio; seguì un silenzio assoluto.
Poi tutte, dico tutte, cominciarono ad applaudire. Fu un tripudio pazzesco.
Emy i soldi non li vinse per aver bruciato la sua cartuccia prima del via, ma fu eletta reginetta della serata e tornò a casa soddisfatta come poche volte nella vita.

martedì 25 settembre 2007

Gli occhi più azzurri

Napoli, 1947.
I binari di piazza Garibaldi sono ricoperti di macerie, le rotaie distrutte dai bombardamenti, i detriti accumulati negli angoli a formare colline compatte e aride. Dopo la fine della guerra solo una parte della ferrovia è stata ripristinata, e due binari funzionanti assicurano alcune corse al giorno.

E’ ancora buio, ma la stazione è già piena di gente.
Il convoglio che deve partire ha un carico piuttosto singolare: centinaia di bambini, scugnizzi per lo più, maschi e femmine dai sei ai dodici anni.
Paola è una di loro e di anni ne ha quasi sette, però ne dimostra di meno, tutta imbacuccata com’è nel cappotto troppo grande che le hanno dato le donne del Comitato. Si stropiccia gli occhi chiarissimi con le manine sporche lasciandosi due strisce nere sulla faccia smunta. “Tengo freddo ma’” dice per l’ennesima volta, tirando la gonna della madre che alza gli occhi al cielo, ma poi se la carica in braccio, coprendola col suo scialle. A lei il freddo si è depositato così infondo alle ossa che quasi non lo sente più. Si sistema la bimba al collo trattenendo una smorfia di dolore. I piedi, i piedi sono una piaga, a ogni passo sembra che decine di spilli si ficchino sotto le piante; “Fa’ la brava a mammà, su’” dice cercando di consolarla, “mo ti portano a Modena, ti danno il latte, il pane…”, continua cantilenante. Paola quella storia la sa a memoria, la mamma gliela ripete da un mese come fosse una favola.
Sprofonda la testa nello scialle, cerca quell’ odore familiare che sua madre ha sul collo, all’attaccatura dei capelli, un misto di canfora e limone che usa per sciacquarsi i capelli al posto del sapone che non c’è mai.
Michele cammina accanto a loro tutto intrizzito e silenzioso. I capelli rapati a zero per colpa dei pidocchi stanno ricrescendo come vellutino. Paola lo guarda. A vederlo ora, tutto spelacchiato, le dispiace di averlo preso in giro nei giorni scorsi. Lui continua a tirare su col naso, ma il muco ormai ha formato una scrosta cristallizzata attorno alla bocca. Si pulisce con un vecchio fazzoletto che tiene nella manica del cappotto, ma la crosta si riforma sempre.
Gaetano, un giovane uomo magro magro, con buffi occhialetti da intellettuale, comincia a fare l’appello: “…Capuano Mario”, si fa avanti un bimbo con lo sguardo basso “Di qua” dice l’uomo, spingendolo verso il primo vagone, “…Casolaro Rosa” continua con voce stentorea. Uno dopo l’altro sono divisi in modo che ad ogni gruppo corrisponda un vagone.
La radio nella cabina comandi, sintonizzata sul bollettino meteorologico, continua a prevedere mal tempo.
Paola si mette in coda con gli altri tenendo per mano Michele, che si gira in continuazione a guardare la madre. Ben presto sono tutti dentro, sistemati sui sedili di legno.
Il treno è quasi pronto a partire quando, da un vagone all’altro, si sente la stesso richiamo “e cappott!” e in men che non si dica tutti i bambini si tolgono il cappotto con la targhetta di riconoscimento faticosamente cucita dalle crocerossine su ogni capo, e lo lancia dai finestrini agli altri che rimangono, ai quali serve di più. Sono così veloci che la stazione si svuota in un attimo e non c’è più modo di recuperare le giacche. Sul treno hai voglia a chiedere i nomi vagone per vagone a tutti i bambini. Nessuno risponde! “Come ti chiami?” chiedono le donne del Comitato, ma i bimbi girano la faccia. Poi però portano il pane e le lingue cominciano a sciogliersi. “Io mi chiamo Giuseppe, Giuseppe Russo”, “Io Maria di Girolamo… c’ho così anni” dice un'altra aprendo la manina con le cinque dita allargate. Quando viene il suo turno, Paola dice il nome con un filo di voce che nessuno sente e Michele è costretto a ripeterlo lui. “Che begli occhi” dice la sorvegliante alzandole il mento con un dito, “più azzurri del cielo”. Paola abbassa con forza la faccia, perché è quello che le dice sempre sua madre.
Ci vogliono ore prima che, liste alla mano, riescano ad identificarli tutti ed a ricucire altre targhette numerate, stavolta direttamente sui vestiti. Quelli che proprio non vogliono parlare sono convinti con un trucco: “Antò’” gridano loro passando per i vagoni fino a che uno non si gira istintivamente sentendosi chiamare, “Allora si ttu Antonio!” e lo acchiappano al volo per cucirgli la targhetta. Gli ultimi due, un maschio e una femmina, sono identificati per esclusione. “Perché non ci volevi dire che ti chiamavi Ciro?” chiede una donna del comitato al bambino scontroso che non spiccicava una parola, “sei muto forse?”. Il ragazzino la guarda duro, “Aveva essere fesso a ddicere o nomme mio” risponde quello prima di richiudersi nel suo mutismo.
Finalmente il treno si muove e tutti si stringono l’un l’altro per farsi calore, mentre le donne passano tra i vagoni per portare coperte e parole di conforto.
Non piange nessuno, qualche bimbo al massimo si lamenta nel sonno.
Paola guarda il fratellino che tira su col naso, sonnacchioso. La mamma si è raccomandata di badare a lui finché resteranno insieme e lei combatte contro il sonno fino a che Michele, cullato dal dondolio del treno, non crolla tutto arrotolato come un gattino. Solo allora Paola chiude gli occhi e s’addormenta.

Si svegliarono a Reggio Emilia.